Nel fine settimana scorso le strade intorno a Piazza Duomo sono state teatro di scontri violenti, saccheggi e atti di vandalismo. L’evento, avviato da un semplice hashtag, ha visto la partecipazione di centinaia di giovani, molti dei quali minorenni, e ha colpito negozi di alta moda, la libreria Feltrinelli e altri esercizi commerciali. Le forze dell’ordine hanno dovuto intervenire con un numero crescente di unità, mentre le autorità politiche hanno iniziato a rimodellare le proprie strategie di sicurezza.
Secondo le indagini preliminari, 72 giovani sono stati accompagnati in questura di cui 44 minorenni. Nello stesso intervento, 9 dei 16 arresti riguardavano soggetti senza precedenti penali e non collegati a movimenti ideologici. Molti dei fermati sono figli di immigrati di seconda generazione, cresciuti nelle periferie, e alcuni avrebbero persino solo dodici anni. La mancanza di una struttura organizzativa definita rende difficile prevedere e contenere questo tipo di fenomeni.
Il punto di vista delle istituzioni: un fenomeno “senza regia”
Pierpaolo Roberti, assessore alla Sicurezza del friuli venezia Giulia, ha dichiarato che si tratta di “un fenomeno che corre sui social senza nessuna organizzazione, senza nessuna regia”. L’assessore ha riferito di aver discusso la questione con il prefetto di Trieste e di aver avviato un’analisi più approfondita per valutare misure preventive. Ha inoltre sottolineato che “si sono messi in mezzo delinquenti” e che, pur essendosi verificato un “antipasto” a Vicenza, il fenomeno è ancora più preoccupante perché si auto-propaga online.
Il caso Vicenza: un post, un migliaio di giovani
Quasi una settimana prima dei disordini milanesi, un semplice messaggio pubblicato su un social network ha convogliato circa mille ragazzi a Vicenza dove si sono susseguiti danni e scorribande. Questo episodio dimostra il potere dei mezzi digitali nel mobilitare rapidamente gruppi numerosi, senza una leadership riconoscibile. Il paradigma “post-e-piede” si è quindi ripetuto a Milano, ma con una scala di violenza più ampia.
Chi erano i protagonisti? Età, origine e assenza di ideologia
Le prime indagini hanno ricostruito un profilo eterogeneo: la maggior parte dei partecipanti è italiana, ma con radici di seconda generazione, soprattutto nelle zone periferiche. Non emerge alcun legame con partiti, sindacati o gruppi anarchici tradizionali, sebbene alcuni manifestanti abbiano esibito bandiere italiane, palestinesi o simboli pirata. L’assalto alla libreria Feltrinelli, ad esempio, è stato interpretato più come voglia di distruzione che come azione ideologica. Anche se in altre città – Bologna e Torino – sono state riscontrate presenze di gruppi come Askatasuna, a Milano l’elemento ideologico sembra marginale rispetto a una rabbia indistinta.
Le risposte delle autorità: Daspo, militari e dibattito politico
Il giorno successivo i soggetti ritenuti più pericolosi hanno ricevuto dieci Daspo urbani (Dacur) con il divieto di accesso a specifiche zone milanesi per periodi variabili. Parallelamente, la Questura ha lanciato un’indagine della Digos per ricostruire la dinamica dei circa 500 protagonisti. Sul piano nazionale, il governo ha promesso l’invio di 500 militari aggiuntivi a Milano, con poteri di polizia giudiziaria, per rafforzare la prevenzione e garantire la sicurezza nei centri storici.
Le dichiarazioni dei leader politici hanno evidenziato divergenze di approccio: il sindaco Beppe Sala ha avvertito che “non è solo un problema di repressione”, invitando a indagare le cause profonde del malessere sociale, mentre il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha assicurato che il Consiglio dei Ministri adotterà “misure ferree” per bloccare simili escalation. Matteo Salvini, infine, ha sottolineato la necessità di estendere il fermo preventivo anche ai minori e di intervenire contro eventuali coordinamenti su TikTok che preannunciano azioni violente.
Il rischio di falsi allarmi: il caso Cremona
Un episodio correlato ha riguardato Cremona, dove una notizia di manifestazione violenta si è rivelata una fake news. Nonostante la città fosse completamente sorvegliata da forze dell’ordine, la voce sui social ha provocato l’assenteismo nelle scuole e la chiusura di negozi, dimostrando come la disinformazione possa amplificare la tensione anche in assenza di reali minacce.
Le autorità stanno cercando di bilanciare repressione e interventi strutturali, ma la natura frammentata di questi gruppi suggerisce la necessità di monitorare costantemente i canali social e di sviluppare politiche più inclusive per affrontare il malessere alla base di tali espressioni di violenza.



