Il Rapporto di performance 2026 del Ministero della Difesa, trasmesso al Parlamento a metà giugno, offre uno spaccato dettagliato sulla spesa militare italiana. Questo documento tecnico, spesso trascurato dal dibattito pubblico, rivela come l’aumento della spesa militare sia concentrato principalmente sugli acquisti di sistemi d’arma, a vantaggio dell’industria della difesa, mentre altre voci operative rimangono sottofinanziate.
Con un incremento di oltre 4,2 miliardi di euro rispetto alle previsioni iniziali della Legge di Bilancio, gli stanziamenti definitivi per il 2026 hanno raggiunto i 35.519 milioni di euro. Questo aumento significativo conferma la traiettoria del riarmo, ma il Rapporto evidenzia anche uno squilibrio crescente tra il settore esercizio e il settore investimento.
Le priorità del Ministero della Difesa
Il Rapporto di performance del Dicastero guidato dal Ministro Crosetto lamenta che le risorse si stiano cristallizzando su spese incomprimibili come utenze, tributi e viveri. Inoltre, persiste una cronica e strutturale condizione di ipo-finanziamento per l’operatività e il mantenimento in efficienza dello strumento militare.
Questo squilibrio non è un caso, ma il risultato di scelte politiche precise. L’aumento rapido della spesa militare, richiesto dalla NATO e in particolare dagli Stati Uniti, si concentra sugli acquisti di armamenti perché le tempistiche di concretizzazione di questa scelta sono più rapide rispetto ad altri ambiti. Gli stipendi non possono essere aumentati da un anno all’altro, il personale non cresce in pochi mesi e le strutture di addestramento non si costruiscono dall’oggi al domani. Al contrario, i contratti per nuovi sistemi d’arma possono essere firmati in fretta e alimentano direttamente l’industria della difesa.
L’investimento in armi e l’opacità dei numeri
Il Rapporto fornisce numeri importanti sul cosiddetto ammodernamento. La spesa per l’acquisto e il rinnovamento dei sistemi d’arma nel 2026 è arrivata a circa 9,6 miliardi di euro, con un aumento del 18% rispetto al 2026. Tuttavia, la riorganizzazione interna del Ministero ha fatto migrare circa 6 miliardi da un capitolo di bilancio a un altro, rendendo più difficile seguire il filo della spesa reale.
Un altro aspetto critico è il disavanzo di cassa di quasi 2 miliardi di euro nel settore investimento. Il Ministero dell’Economia ha dovuto concedere un’integrazione straordinaria di cassa di 800 milioni per evitare un blocco, lasciando comunque circa 1,1 miliardi di residui a fine anno. Questo dimostra che la corsa agli armamenti procede più in fretta della capacità reale del sistema di assorbirla.
Le conseguenze dello squilibrio
Mentre l’esercizio resta sottofinanziato e i pagamenti generali arretrano, sul fronte degli armamenti i numeri sono brillanti. L’81,6% dei contratti programmati è stato perfezionato e l’incidenza dei pagamenti sui programmi di ammodernamento supera l’89,6%, con quasi 9,5 miliardi effettivamente erogati. Dove si vuole spendere, si spende. E si spende bene, dal punto di vista dell’industria fornitrice.
In definitiva, il Rapporto di Performance 2026 della Difesa conferma che l’Italia sta aumentando la spesa militare per via politica, privilegiando l’acquisto di sistemi d’arma. Questo sottofinanziamento dell’esercizio non è un incidente, ma il rovescio della medaglia di quella scelta. A guadagnarci è l’industria della difesa, destinataria finale di quei contratti firmati in fretta e pagati puntualmente, quando i flussi lo permettono. A perderci sono la trasparenza del bilancio pubblico e la possibilità, per cittadini e Parlamento, di esercitare un controllo democratico reale su una spesa che impegnerà risorse del Paese per decenni.