Una recente indagine della Federazione delle associazioni dei dirigenti ospedalieri internisti (Fadoi) ha messo in luce tensioni e fragilità nei reparti di Medicina interna del Friuli Venezia Giulia. Secondo il rapporto, il 50% dei medici internisti ha già vissuto episodi riconducibili alla sindrome di burnout e il 6% dichiara di trovarsi attualmente in uno stato di stress lavoro-correlato. Questi numeri sono stati resi noti nel contesto del 31o congresso nazionale Fadoi a Rimini e ripresi nella notizia datata 23 maggio.
La survey evidenzia anche che il 40% dei professionisti percepisce un peggioramento delle condizioni di lavoro rispetto all’inizio della carriera e che circa uno su dieci sta valutando l’ipotesi di abbandonare anticipatamente il servizio. Dietro a queste percentuali si intravedono problemi strutturali: carenze di personale, difficoltà a mantenere team stabili e una continuità assistenziale sempre più compromessa. La questione non riguarda soltanto il benessere dei medici, ma mette a rischio la sicurezza dei pazienti e la qualità delle cure.
Numeri e distribuzione delle criticità
Il quadro statistico delinea una realtà complessa: il 50% che ha sperimentato il burnout e il 6% che dichiara uno stato attuale di stress indicano una diffusione significativa del fenomeno tra gli internisti. Inoltre, la percezione del 40% di un peggioramento delle condizioni lavorative rispetto all’inizio della carriera suggerisce un trend negativo nel tempo. Questi elementi segnalano la necessità di interventi organizzativi mirati per migliorare gli organici, la pianificazione dei turni e le condizioni di lavoro, al fine di ridurre il rischio di abbandono e preservare la continuità assistenziale.
Presenza dei gettonisti e differenze tra reparti
La ricerca approfondisce anche la presenza dei cosiddetti gettonisti, medici che prestano attività su chiamata o a chiamata remunerata: nella Medicina interna del FVG la loro presenza risulta limitata, mentre nei Pronto soccorso sono segnalati in numerose strutture. Questo squilibrio evidenzia un problema operativo: quando il primo anello della catena, cioè l’emergenza, è sotto pressione per carenze o per eccesso di afflusso, l’intero percorso assistenziale ne risente, con ricadute in reparto e sul carico di lavoro del personale stabile.
Cause principali e impatto organizzativo
Le cause individuate sono molteplici e interconnesse: insufficiente dotazione di personale medico e infermieristico, turnover elevato, mancanza di team consolidati e carenze nella gestione dei flussi dall’emergenza al reparto. Questi fattori favoriscono il manifestarsi di stress lavoro-correlato e di burnout, compromettendo non solo il benessere professionale ma anche la capacità di garantire cure sicure e continuative. È quindi fondamentale intervenire sulle radici strutturali del problema piuttosto che limitarsi a misure palliative.
Il raccordo emergenza-reparto come punto critico
Un aspetto sottolineato dall’indagine è la fragilità del raccordo tra emergenza e reparto: quando il Pronto soccorso è sotto pressione, aumentano i tempi di attesa e la permanenza in aree di osservazione, con un effetto a catena che grava sui reparti di Medicina interna. Questa dinamica genera sovraccarico, rallentamenti nei percorsi diagnostico-terapeutici e una maggiore esposizione a situazioni di conflitto professionale. Migliorare i flussi informativi e le risorse dedicate all’accoglienza dei pazienti è dunque prioritario.
Proposte della Fadoi e possibili soluzioni
Tra le richieste avanzate dalla Federazione Fadoi emergono due priorità: la riclassificazione delle Medicine interne come reparti a medio-alta intensità di cura, indicata dal 70% dei rispondenti, e nuove assunzioni di personale medico e infermieristico, indicate dal 60%. Queste misure mirano a riconoscere la complessità assistenziale gestita in reparto, a stabilizzare i team e a dotare gli ospedali di organici adeguati. L’obiettivo dichiarato è garantire condizioni di lavoro sostenibili e la sicurezza dei pazienti.
La Fadoi sottolinea che non si tratta di una battaglia corporativa: l’attenzione è rivolta a salvaguardare la salute dei professionisti e la qualità delle cure. Interventi strutturali, investimenti mirati e una riconfigurazione organizzativa potrebbero ridurre il rischio di abbandono prematuro della professione e migliorare la resilienza dei servizi ospedalieri. Per affrontare il problema servono volontà politica, programmazione e risorse adeguate.



