Il stato di agitazione è stato proclamato venerdì 28 ottobre nei terminal di Trieste e Monfalcone dopo un’assemblea interna al varco 4. L’incontro, presieduto dai segretari nazionali della Filt-CgIL, Alessandro Borgioni, e della Uiltrasporti, Roberto Gulli, ha visto la partecipazione di Giulio Germani della Fit-Cisl regionale e di Marco Rebez della stessa Uiltrasporti. La decisione di mettere in atto lo stato di agitazione è stata approvata all’unanimità, con l’obiettivo di intensificare la pressione sull’Autorità portuale per un confronto urgente.
Stato di agitazione a Trieste e Monfalcone: cause e richieste
Le organizzazioni sindacali denunciano più di 800 giorni di totale assenza di relazioni sindacali, durante i quali neanche il presidente Marco Consalvo né il segretario generale hanno fornito risposte concrete. L’assenza di dialogo è peggiorata dopo il periodo di commissariamento, quando 500 operai sono stati gestiti da un commissario, seguito da altri 300 sotto la nuova presidenza. I sindacati chiedono il rinnovo del contratto nazionale, scaduto a fine dicembre, con miglioramenti normativi in materia di organizzazione del lavoro e sicurezza, oltre a incrementi salariali per compensare l’inflazione. Tra le richieste spicca il riconoscimento del lavoro usurante e l’attivazione del Fondo di incentivazione agli esodi, la cui normativa è pronta ma i decreti attuativi da MEF e MIT mancano ancora.
Il contesto sindacale e le richieste contrattuali
Roberto Gulli ha sottolineato che “c’è la legge, ma i decreti non arrivano”, accusando il governo di ostacolare l’attuazione di uno strumento chiave per i portuali. Alessandro Borgioni ha invece rimarcato che la situazione di Trieste e Monfalcone è solo il “preludio” di quello che avverrà in tutta Italia, criticando la bozza di legge di riforma dei porti e la nomina di dirigenti “incompetenti”. Il segretario della Uiltrasporti ha definito le recenti norme autoritarie “un abuso di potere” e ha avvertito l’autorità portuale di non superare la pazienza dei lavoratori.
Proteste portuali internazionali: blocchi contro il traffico di armi
Parallelamente, da Genova a Pireo, più di 113 porti in 22 paesi hanno interrotto le proprie attività per opporsi al riarmo e al traffico di armi. Il collettivo autonomo dei lavoratori portuali (Calp) e il sindacato Usb Mare e Porti hanno coordinato la mobilitazione, che ha coinvolto anche cittadini: a Genova, 15 000 persone sono entrate dal varco Albertazzi per sostenere i portuali, mentre a Livorno e a Trieste le proteste hanno avuto luogo con pneumatici giganti e fumogeni. In Grecia, quasi 3 000 operai hanno bloccato il Pireo, e in Francia la CGT Ports et Docks ha indetto 24 ore di astensione.
La rete globale di solidarietà e l’impatto economico
Secondo le stime dell’associazione internazionale No Harbour for Genocide, la protesta ha fermato circa 52 000 container, per un valore di 2,8 miliardi di dollari. Oltre all’Europa, la mobilitazione ha toccato Marocco, India, Germania, Spagna, Turchia e altri paesi, dimostrando una solidarietà transnazionale. I sindacati greci Penen hanno segnalato 570 attacchi contro navi nel Mar Nero dal 2026, con 40 marittimi morti, e 28 aggressioni nel Golfo Persico negli ultimi 21 giorni di ottobre. Questi dati hanno rafforzato le rivendicazioni dei portuali, che chiedono non solo di bloccare il traffico di armi ma anche di garantire sicurezza per le rotte marittime in zona di conflitto.
Reazioni istituzionali e scenari futuri
Il governo italiano, rappresentato dal ministro dei Trasporti Matteo Salvini, ha cercato di contenere la protesta con misure di sicurezza, ma i portuali hanno contestato la sua “propaganda politica” e hanno chiesto un intervento più concreto sul problema dell’inflazione e della mancanza di servizi essenziali. In Italia, la fase di mobilitazione nazionale culminerà con una grande manifestazione a Roma, davanti a Palazzo Chigi, per chiedere al governo di ascoltare le richieste della categoria. Nel frattempo, le autorità portuali di Trieste e Monfalcone sono invitate a fissare un incontro urgente con i rappresentanti sindacali, mentre la pressione internazionale continua a crescere, creando un bivio per le politiche di riarmo e per la gestione dei porti europei.



