Il 14, un detenuto pakistano di 32 anni è riuscito a evadere dalla casa circondariale Ernesto Mari di Trieste. La sua fuga ha portato alla luce gravi carenze nella sicurezza del carcere, tanto che cinque agenti della polizia penitenziaria sono ora indagati dalla Procura di Trieste per presunte negligenze nei controlli.
L’evasione è avvenuta durante una giornata particolare, quella della visita del vescovo per il Giubileo dei carcerati. Questo evento, che avrebbe dovuto essere un momento di riflessione e spiritualità, si è trasformato in un’occasione per il detenuto per mettere in atto il suo piano di fuga.
Le falle nella sicurezza del carcere
Secondo la ricostruzione dell’accusa, l’agente incaricato della sorveglianza durante l’ora d’aria non avrebbe notato il lenzuolo nascosto sotto il giubbotto del detenuto. Inoltre, non avrebbe effettuato controlli adeguati al suo rientro. Anche la sentinella in servizio sul camminamento di ronda non si sarebbe accorta del detenuto, che si era nascosto sotto un telo.
Contestazioni vengono mosse anche ai due agenti che si alternavano nella sala monitor mentre un ispettore è indagato per non aver disposto correttamente il personale in servizio. Secondo la Procura, l’ispettore avrebbe autorizzato la sospensione del servizio di sentinella alle 15.50 per destinare l’agente alle attività connesse alla visita giubilare, in violazione delle disposizioni previste per la sicurezza.
La fuga e la cattura
Il detenuto riuscì ad arrampicarsi sul muro di cinta, tagliare la rete di recinzione e calarsi in via del Coroneo utilizzando un lenzuolo, sfruttando anche l’impalcatura di un cantiere. La sua assenza fu scoperta soltanto alle 17.30, durante la conta dei detenuti. Il 32enne venne rintracciato nove giorni dopo in Polonia e successivamente trasferito nel carcere di Viterbo.
Le accuse e le conseguenze
Per i cinque agenti, la Procura ipotizza la cosiddetta colpa del custode ritenendo che una serie di omissioni nei controlli abbia reso possibile la fuga. Il detenuto, invece, è accusato di evasione aggravata dall’effrazione.
Questo caso ha sollevato importanti questioni sulla sicurezza nelle carceri e sulla necessità di migliorare i protocolli di sorveglianza. La Procura di Trieste sta ora valutando le responsabilità degli agenti coinvolti, mentre il detenuto pakistano attende il processo nel carcere di Viterbo.



