In un angolo di Trieste, dove il mare incontra la storia, si trova un luogo unico in Europa: il Pedocìn, stabilimento balneare che da oltre un secolo mantiene una tradizione singolare. Un muro divide la spiaggia in due settori, uno per gli uomini e uno per le donne, creando un ambiente che per molti è un simbolo di identità cittadina, mentre per altri rappresenta un anacronismo.
La recente polemica scaturita da un episodio di sconfinamento ha riportato alla luce il dibattito su questa usanza. Una coppia di turisti, ignari delle regole del luogo, ha reagito con veemenza quando invitata a rispettare la divisione di genere, scatenando una discussione accesa che ha coinvolto anche gli addetti dello stabilimento.
La tradizione del Pedocìn: un simbolo di Trieste
Il Pedocìn, ufficialmente chiamato “Alla Lanterna”, è un pezzo di storia triestina. Nato alla fine dell’Ottocento sotto il dominio austriaco, questo stabilimento è stato progettato per offrire un luogo di balneazione vicino al centro città. La divisione per genere, inizialmente segnata da uno steccato, è stata poi rafforzata da un muro di mattoni nel 1959.
Questa separazione non è stata sempre uguale: inizialmente la spiaggia era divisa a metà, ma con il tempo la zona femminile è stata ampliata per accogliere il maggior numero di frequentatrici. Oggi, la tradizione continua a vivere, con alcune deroghe come l’accesso dei bambini maschi fino ai 12 anni nella zona femminile e la possibilità per le madri di figli disabili di accompagnarli nella zona maschile.
Un muro che unisce
Il muro del Pedocìn non è visto dai triestini come una barriera, ma come un elemento che garantisce libertà e rispetto. Le donne possono godersi la spiaggia lontano da sguardi indiscreti, mentre gli uomini hanno il loro spazio. Per incontrarsi, basta darsi appuntamento alle boe, dove il muro finisce e il mare unisce tutti.
La polemica: quando la tradizione incontra la modernità
Il pomeriggio del 20 giugno 2026, una coppia di turisti milanesi ha sconfinato nella zona maschile del Pedocìn. Una bagnante triestina, autorizzata a essere lì per accompagnare il figlio disabile, ha invitato la donna della coppia a spostarsi nella zona femminile. La richiesta è stata accolta con irritazione, scatenando una discussione che è rapidamente degenerata in insulti e spintoni.
“Vivete nel Medioevo. La vostra città non è italiana, ma una città di buzzurri sessisti che ancora divide la spiaggia tra uomini e donne, questa è una discriminazione di genere. Vergognatevi”, hanno urlato i turisti. La coppia ha poi lasciato lo stabilimento, pretendendo la restituzione dei 2,40 euro pagati per l’ingresso.
La risposta dei triestini
La notizia della polemica si è diffusa rapidamente, scatenando una reazione unanime tra i triestini. Sui social network, molti hanno difeso con orgoglio la tradizione del Pedocìn, sottolineando la differenza tra questa scelta libera e le imposizioni di altri Paesi. “Qui è tradizione liberamente scelta, lì è imposizione”, ha scritto un utente,
La storia del Pedocìn è un intreccio di tradizione e modernità, di identità e apertura. Questo stabilimento balneare, unico nel suo genere, continua a suscitare dibattiti, ma rimane un simbolo di Trieste, amato e difeso dai suoi cittadini. La polemica recente ha ricordato a tutti l’importanza di rispettare le usanze locali, anche quando sembrano anacronistiche. Alla fine, il Pedocìn è molto più di un muro: è un pezzo di storia, un simbolo di identità e un luogo dove la tradizione incontra il mare.



