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Riapre il Gip il caso della morte di Liliana Resinovich

Il Gip riapre le indagini su Liliana Resinovich: due perizie opposte, un DNA incerto e il mistero tra suicidio e omicidio.

Riapre il Gip il caso della morte di Liliana Resinovich

Quasi cinque anni dopo la tragica scomparsa di Liliana Resinovich, la vicenda torna al centro del dibattito giudiziario. Il Gip ha fissato per il 30 ottobre una nuova udienza, durante la quale verranno nuovamente valutate le due perizie che hanno condotto a conclusioni diametralmente opposte. L’archiviazione proposta nel 2023 dalla Procura, basata su una ricostruzione che vedeva la vittima allontanarsi volontariamente e compiere un gesto di suicidio, è stata respinta su richiesta dei familiari e del pubblico ministero.

Il nuovo rinvio del caso davanti al Gip

L’udienza fissata per il 30 ottobre rappresenta l’ultima occasione per decidere se archiviare definitivamente o riaprire le indagini. La Procura aveva richiesto il nuovo provvedimento sostenendo che l’unica versione plausibile fosse quella dell’autolesionismo, basandosi su una prima consulenza che ipotizzava l’asfissia con un sacchetto di plastica. Il Pubblico ministero, invece, ha promosso una seconda consulenza, affidata al team di Cristina Cattaneo, la cui conclusione suggerisce la possibilità di un omicidio.

Le due consulenze che hanno cambiato la pista investigativa

Le due perizie non sono perizie giudiziarie, ma consulenze del pubblico ministero. La prima, redatta nel 2023, non ha trovato evidenze di interventi di terzi e ha indicato una morte per asfissia auto-indotta. La seconda, prodotta dopo la riesumazione del corpo, ha evidenziato che le lesioni presentano molteplici punti di impatto su piani e posizioni incompatibili con un semplice incidente o con una caduta accidentale. Gli esperti sottolineano che tale schema di lesioni è più coerente con una dinamica forzata, ma la loro conclusione resta una valutazione di plausibilità, non una prova diretta.

Le evidenze scientifiche in discussione

Le indagini scientifiche hanno prodotto risultati contraddittori. La frattura della vertebra T2, di cui si è parlato a lungo, non è stata individuata direttamente durante l’autopsia, ma è stata dedotta da ricostruzioni indirette; un tecnico dell’obitorio ha addirittura ammesso di poterla aver provocata durante le manipolazioni. Inoltre, la data di morte resta incerta: gli esperti di Visintin suggeriscono che il corpo possa essere stato trovato al massimo 12 ore dopo il decesso, mentre altre analisi ipotizzano una data più antica, addirittura il 14 dicembre, con conseguente raffreddamento marcato.

Lesioni, fratture e interpretazioni contrastanti

Il dibattito sulle lesioni riguarda non solo la frattura spinale, ma anche le multiple contusioni riscontrate su diverse parti del corpo. Alcuni ricercatori hanno citato casi documentati di cadute post-mortem o spostamenti del cadavere, che possono generare lesioni simili a quelle osservate in Resinovich. Tuttavia, la presenza di segni di difesa è assente: né la prima autopsia né i successivi esami hanno trovato tracce di lotta o graffi difensivi, elemento che spesso viene considerato un indizio a favore di un atto volontario.

Il ruolo del DNA e delle tracce biologiche

Il DNA raccolto sul cordino del collo appartiene esclusivamente alla vittima; non è stato individuato alcun profilo maschile che potesse suggerire un aggressore. Una traccia maschile, inizialmente interpretata come possibile pista, è stata poi riconosciuta come proveniente da uno dei tecnici che aveva manipolato il corpo per gli accertamenti. Rimangono comunque un capello e il DNA sul cordino delle chiavi, ma questi elementi non costituiscono una prova solida, poiché oggetti personali vengono maneggiati quotidianamente da più persone.

Il contesto giudiziario e le implicazioni mediatiche

Il caso ha subito un notevole mutamento di narrazione nei media: nel 2023 la stampa riportava il suicidio come verdict definitivo, mentre oggi i titoli parlano di una “svolta” legata a un DNA sconosciuto, per poi sminuirla quando emerge che la traccia appartiene a un tecnico. Questo fenomeno, evidenziato anche dal difensore di Visintin, evidenzia i rischi di una caccia alla verità a tutti i costi, che può creare un clima di sospetto ingiustificato e compromettere i diritti di chi è ancora indagato. Dopo cinque anni, il corpo di Resinovich è stato riesumato, esaminato, sepolto nuovamente e al contempo trasformato in argomento di programmi televisivi e dibattiti pubblici.

In mancanza di prove concrete, la giustizia deve limitarsi a riconoscere che, al giorno d’oggi, non è stato dimostrato né il suicidio né l’omicidio. Questa posizione non equivale a una assoluzione, ma rappresenta il rispetto del principio secondo cui nessuno può essere condannato senza evidenze certe. Il caso di Liliana Resinovich rimane quindi un esempio di quanto sia delicato bilanciare il desiderio di verità con la necessità di garantire un processo equo.

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