Venerdì scorsa, un gruppo di circa venti migranti ha tentato di attraversare a nuoto il fiume Kupa che costituisce il confine naturale tra Croazia e Slovenia. L’operazione si è svolta nei pressi del piccolo villaggio di Severin na Kupi, a circa quaranta chilometri a ovest di Karlovac. Cinque di loro, tutti di nazionalità afghana, sono annegati, mentre altri ventiquattro sono riusciti a completare l’attraversamento o a salvarsi grazie all’intervento di agenti di polizia croati.
Dettagli dell’incidente e risposta delle forze dell’ordine
Secondo le informazioni fornite dalla Polizia di Delnice, l’azione di salvataggio è stata avviata non appena le autorità hanno ricevuto segnalazioni sulla presenza di persone in acqua. Un agente, insieme a un collega e con l’aiuto di alcuni cittadini, si è tuffato nel fiume Kupa trascinando a riva cinque migranti. Quattordici persone hanno proseguito il viaggio e sono ormai in territorio sloveno; altre cinque sono state estratte dal corso d’acqua e portate in un ospedale locale. Le autorità croate hanno immediatamente aperto un’inchiesta per chiarire le circostanze del dramma e individuare eventuali responsabili, tra cui possibili trafficanti di esseri umani.
Il bilancio mortale nella Kupa nel 2026
Il caso di venerdì si aggiunge a una serie di tragedie che hanno coinvolto il Kupa nel corso dell’anno. Dall’inizio del 2026, sono già state registrate trenta morti tra i migranti che hanno tentato di attraversare questo fiume. A maggio, tre persone erano annegate nello stesso tratto, dimostrando la pericolosità del percorso e la vulnerabilità di chi tenta di superare il confine balcanico senza mezzi adeguati. Le cifre evidenziano come la rotta, pur essendo meno frequentata rispetto ad altri corridoi, resti una delle più letali per chi cerca di raggiungere l’Unione Europea.
Il contesto più ampio della rotta balcanica
Il Kupa è solo uno dei tanti “fiumi killer” che hanno mietuto vite di migranti lungo la tradizionale rotta balcanica. Studi recenti dell’Università di Aachen stimano circa 630 decessi tra il 2015 e il 2024, di cui 282 annegamenti. Il fiume Drina in Serbia registra anch’esso un alto numero di vittime, con 124 morti su 231 decessi totali nel periodo 2016-2025. Le organizzazioni non governative, come Klikaktiv e Collective Aid, sottolineano che le stime ufficiali dell’OIM, pari a 400 morti dal 2014, sono drasticamente sottovalutate.
Nel 2026 la Croazia ha respinto più di 33.500 migranti (+25% rispetto all’anno precedente), mentre la Slovenia ha registrato oltre 20.000 ingressi (+24%). Al contrario, la Serbia ha visto un calo del 47% nei flussi, e Frontex ha segnalato una diminuzione del 26% delle segnalazioni di migranti ai confini balcanici-UE. Questi dati indicano una dinamica inmutata: la pressione migratoria rimane alta, ma le rotte diventano sempre più pericolose, soprattutto quando i migranti ricorrono a traversate di corsi d’acqua poco sorvegliati.
Implicazioni e prospettive per il futuro
La tragedia del Kupa riaccende il dibattito su come le autorità dei paesi di transito possano migliorare la gestione dei flussi migratori senza compromettere la sicurezza umana. Le ONG chiedono un maggiore coordinamento tra Croazia, Slovenia e gli stati balcanici, nonché l’instaurazione di punti di controllo umanitari lungo i percorsi più rischiosi. Nel frattempo, le famiglie delle vittime continuano a cercare risposte e giustizia, mentre le indagini croate cercano di individuare eventuali rete di trafficanti che hanno organizzato l’attraversamento.



