1 novembre 2026 🌤 12°

Differenze regionali e rischi per l’equità: l’allarme di GIMBE sull’autonomia sanitaria

Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria presentano richieste simili per l'autonomia differenziata in sanità, ma le loro performance sono molto diverse. La Fondazione GIMBE chiede una moratoria.

Differenze regionali e rischi per l’equità: l’allarme di GIMBE sull’autonomia sanitaria

L’autonomia differenziata in sanità è un tema caldo che vede coinvolte quattro regioni italiane: Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria. Queste regioni hanno presentato richieste pressoché identiche per ottenere ulteriori competenze in materia sanitaria, ma le loro performance sono molto diverse. La Fondazione GIMBE, in un’audizione presso la Commissione Affari Costituzionali del Senato, ha evidenziato queste differenze e ha chiesto una moratoria sull’iter delle pre-intese.

Differenze significative tra le regioni

Le quattro regioni presentano profonde differenze nelle performance sanitarie, nell’accesso alle cure, nella mobilità sanitaria e nella disponibilità di professionisti sanitari. Secondo i dati del Nuovo Sistema di Garanzia 2026 per il monitoraggio dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) il Veneto ha ottenuto il punteggio più elevato con 288 punti, seguito dal Piemonte con 270 e dalla Lombardia con 257. La Liguria si è fermata a 219 punti, risultando inadempiente in una delle tre macroaree di valutazione.

La mobilità sanitaria è un altro aspetto critico. Nel 2026, la Lombardia ha registrato un saldo positivo di 645,8 milioni di euro e il Veneto di 212,1 milioni. Piemonte e Liguria, invece, hanno chiuso con saldi negativi rispettivamente di 20,7 e 74,4 milioni di euro. Inoltre, secondo i dati Istat 2026, ha rinunciato a prestazioni sanitarie il 10,3% dei cittadini lombardi, il 10,1% dei liguri, il 9,2% dei piemontesi e il 7,9% dei veneti.

Le richieste delle regioni e i rischi evidenziati da GIMBE

Le quattro regioni hanno richiesto la possibilità di introdurre tariffe regionali differenziate, gestire autonomamente risorse statali per edilizia sanitaria e tecnologie, istituire fondi sanitari integrativi regionali e ampliare i margini di spesa per personale e prestazioni aggiuntive. Tuttavia, la Fondazione GIMBE ha evidenziato che, in assenza di adeguati meccanismi di garanzia e perequazione, queste misure potrebbero amplificare le differenze territoriali già esistenti.

“La criticità non è l’autonomia amministrativa in sé, ma il contesto in cui si vorrebbe applicarla”, ha affermato Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE. “Trasferire ulteriori competenze sanitarie a regioni che già oggi partono da condizioni molto diverse significa intervenire su un Servizio sanitario nazionale segnato da sottofinanziamento, persistenti difficoltà nel garantire i LEA e crescente ricorso alla spesa privata.”

La necessità di una moratoria

Per questo, la Fondazione GIMBE ha chiesto di sospendere l’iter delle pre-intese o di subordinarlo a una moratoria fino alla definizione dei Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP) sanitari, alla quantificazione dei relativi costi standard e all’istituzione di un sistema nazionale di monitoraggio dell’impatto delle maggiori autonomie su salute, accesso alle cure ed equità.

“Se milioni di cittadini già oggi rinunciano a visite ed esami, significa che i diritti garantiti sulla carta non sono sempre esigibili nella realtà”, ha osservato Cartabellotta. “La stessa Corte Costituzionale ha chiarito con le sentenze 192/2026 e 10/2026 che l’autonomia differenziata richiede una rigorosa istruttoria, funzione per funzione, e adeguate garanzie di uniformità dei diritti sull’intero territorio nazionale.”

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