Negli ultimi trent’anni Barbara Schiavulli ha attraversato fronti di guerra come Palestina, Iraq, Yemen, Afghanistan e Sudan, trasformando spesso il materiale raccolto in articoli e, quando il bisogno era più profondo, in libri. Il suo ultimo romanzo, Voragini, nasce da questa doppia esperienza: reportage sul campo e riflessione narrativa. L’autrice sarà a Trieste il 29 maggio per presentare il volume nell’ambito della rassegna Rose Libri Musica Vino nel parco di San Giovanni, occasione per confrontarsi sul presente del conflitto israelo-palestinese e sulle pratiche di solidarietà internazionale.
In questo articolo esploriamo le ragioni che hanno spinto Schiavulli a passare dal reportage al romanzo, il significato che attribuisce a termini controversi come genocidio e il confine, spesso sottile, tra giornalismo e attivismo. Racconteremo inoltre le esperienze personali legate alla partecipazione alla Global Sumud Flotilla e al successivo arresto da parte delle autorità israeliane, per comprendere come questi eventi si riflettano nella sua scrittura.
Perché trasformare il reportage in romanzo
Per Schiavulli, la narrativa diventa uno strumento per scavare oltre i fatti ricostruiti nei reportage: quando la cronaca non basta, la forma romanzesca permette di mettere a fuoco le trasformazioni interiori delle persone coinvolte. Il libro Voragini nasce, dice l’autrice, da una rabbia profonda verso le ingiustizie viste sul campo, ma anche da una volontà di comprendere come certe vittime possano diventare carnefici. Nel romanzo si intrecciano la dimensione pubblica del conflitto e le dinamiche intime che forgiano scelte estreme, offrendo al lettore uno sguardo complesso e meno scontato.
La scelta della forma
Schiavulli racconta che la scelta del romanzo è stata dettata dall’esigenza di narrare non solo eventi ma processi umani: il racconto permette di svelare motivazioni, fratture e continuità che spesso sfuggono al linguaggio del reportage. In questo senso, la narrativa funziona come una lente che allarga il campo, mettendo in rilievo aspetti psicologici e morali che rendono i protagonisti più vicini e comprensibili.
Terminologia e posizionamenti: il dibattito sul significato di genocidio
Tra le questioni affrontate con fermezza dall’autrice c’è l’uso del termine genocidio a proposito della situazione palestinese. Schiavulli sostiene che esistano definizioni e criteri internazionali che permettono di classificare certi atti come genocidio e che il rifiuto di riconoscerli sia spesso motivato da interessi politici. Per lei, negare una definizione non altera la realtà dei fatti: «la Palestina rappresenta una rottura», un confine tra ciò che è umano e ciò che è disumano, e questo elemento è centrale sia nei suoi reportage sia nel romanzo.
Impatto narrativo della definizione
L’uso di termini forti come genocidio non è solo una questione lessicale ma ha ricadute pratiche e morali nella scrittura. Nel romanzo, l’autrice cerca di restituire la portata delle violenze senza cedere alla retorica, puntando su testimonianze e rappresentazioni che permettono al lettore di comprendere la gravità delle situazioni descritte.
Tra cronaca e impegno: la Global Sumud Flotilla e l’arresto
La partecipazione alla Global Sumud Flotilla rappresenta per Schiavulli il punto d’incontro tra giornalismo e attivismo. Partita dall’idea che raccontare il male bastasse, ha progressivamente maturato la consapevolezza che a volte è necessario intervenire direttamente: salire su una nave per portare aiuti significa mettere il corpo in ciò di cui si dà conto. Questo passaggio ha portato l’autrice a misurarsi con rischi concreti, compreso l’arresto da parte delle autorità israeliane.
L’esperienza in custodia cautelare è descritta con durezza: Schiavulli parla di umiliazioni subite, di condizioni di detenzione sovraffollate, della negazione di risorse essenziali come l’acqua per lunghi periodi e di trattamenti pensati per instillare paura. Pur nelle difficoltà, l’autrice rivendica la dignità dell’azione: lei e gli altri partecipanti erano portatori di aiuti, non terroristi. Questa ferma posizione è al centro sia del suo impegno civile sia della rappresentazione letteraria in Voragini.
Il ruolo delle donne nei conflitti
Un altro tema ricorrente nelle pagine di Schiavulli è la centralità delle donne in contesti di guerra. Nel libro le figure femminili sono spesso madri, custodi del futuro e portatrici di resilienza: se gli uomini possono essere coinvolti direttamente nella lotta, le donne tendono a ricoprire ruoli di cura e ricostruzione. L’autrice sottolinea come le donne, pur essendo tra le più vulnerabili, mostrino una forza spesso sottovalutata e una capacità di parlare di pace che merita attenzione narrativa e giornalistica.
La presentazione di Voragini a Trieste sarà quindi non solo un lancio editoriale ma un momento di discussione sui limiti e le possibilità del reportage, sulla responsabilità etica dei giornalisti e sul senso dell’impegno diretto nelle crisi internazionali. Le storie che emergono dal libro e dalle esperienze raccontate confermano l’urgenza di una narrazione che non si limiti all’informazione, ma sappia interrogare la coscienza collettiva.



