Un’indagine dell’Ires per la Cgil Fvg, illustrata a Udine da Michele Piga e dall’economista Alessandro Russo, delinea un mercato del lavoro regionale segnato da tendenze strutturali: invecchiamento, riduzione della popolazione in età lavorativa e erosione del potere d’acquisto delle retribuzioni. Nonostante una quota complessiva di occupati che resta sostanzialmente stabile, emergono criticità che potrebbero incidere sulla sostenibilità del sistema produttivo regionale.
Quadro demografico e composizione degli occupati
Il rapporto mette in evidenza come la forza lavoro si stia spostando progressivamente verso fasce anagrafiche più avanzate: gli over 50 superano il 43% degli occupati, mentre gli under 30 rappresentano appena il 6,7%. Questa dinamica si accompagna a una contrazione della popolazione in età lavorativa, soprattutto nella fascia 30-49 anni, che è tradizionalmente la più produttiva per imprese e settori industriali.
Proiezioni e impatto futuro
Secondo le elaborazioni dell’Ires, nei prossimi venticinque anni la popolazione tra i 15 e i 64 anni potrebbe diminuire di quasi 120mila unità. Tale trend, sottolineato da Alessandro Russo, indica che nemmeno un aumento moderato dei flussi migratori sarebbe sufficiente, nel medio periodo, a compensare la denatalità e l’esodo giovanile. L’effetto atteso è un aumento degli squilibri nel mercato del lavoro, con difficoltà crescenti nel reperire personale per numerosi comparti.
Assunzioni, tipologie contrattuali e precarietà
Il 2026 ha mostrato una tenuta dell’occupazione con circa 527.600 occupati, valore stabile rispetto al 2026 e superiore al periodo pre-Covid di circa 20.000 unità. Tuttavia si registrano segnali di indebolimento nelle assunzioni: nei primi nove mesi del 2026 il numero di nuove assunzioni nel privato è sceso del 2,1%, con cali in tutti i tipi contrattuali, incluso l’apprendistato (-10,3%).
Contratti atipici e settori più colpiti
Il report segnala un aumento di alcune forme di lavoro flessibile: lo staff leasing ha raggiunto 5.200 addetti nel 2026, mentre i lavoratori intermittenti si avvicinano a quota 20.000, concentrati tra gli under 30 e nei settori della ristorazione, del commercio e del turismo. Anche il lavoro stagionale ha mostrato picchi significativi, con circa 11.000 addetti a luglio 2026.
Retribuzioni reali, disuguaglianze e settori
Il dato più allarmante riguarda il potere d’acquisto delle retribuzioni dei lavoratori dipendenti: tra il 2019 e il 2026 il valore medio è calato del 5,8% in termini reali, effetto dell’inflazione nei bienni recenti e dei rinnovi contrattuali insufficienti. Il fenomeno è accentuato dalla diffusione del precariato e, in alcuni segmenti, dal dumping contrattuale.
Divari tra settori, genere e origine
Le differenze retributive tra settori sono marcate: la ristorazione registra le medie più basse (11.300 euro annui lordi nel 2026), mentre l’industria si attesta su valori medi attorno a 33.000 euro. A questi scarti si aggiungono profonde diseguaglianze di genere e di origine: le donne percepiscono in media circa un terzo in meno degli uomini, mentre i lavoratori extracomunitari guadagnano oltre il 30% in meno rispetto ai cittadini UE.
I rischi per il manifatturiero e le priorità politiche
Il sindacato mette in guardia sul ruolo centrale del manifatturiero per lo sviluppo regionale: l’esplosione della vicenda Electrolux, l’impasse di StarTech e un rallentamento fisiologico di edilizia e legno sono elementi che potrebbero innescare crisi a catena, con effetti sull’indotto. Michele Piga sottolinea la necessità di politiche industriali coordinate a livello nazionale e regionale per sostenere produzione, valore aggiunto e reddito dei lavoratori.
Monitorare la tenuta e intervenire
Tra le misure raccomandate implicitamente dal report vi sono interventi mirati per favorire il ricambio generazionale, politiche che valorizzino la contrattazione collettiva per recuperare potere d’acquisto e iniziative per contrastare il dumping salariale nei settori più esposti. Senza un’azione coordinata, l’invecchiamento della forza lavoro e la caduta dei salari reali rischiano di compromettere la competitività e la coesione sociale della regione.
In sintesi, l’analisi Ires-Cgil offre una fotografia dettagliata del Friuli Venezia Giulia: un mercato del lavoro che per ora mantiene i livelli occupazionali ma che mostra vulnerabilità strutturali — demografiche, retributive e contrattuali — la cui gestione richiede interventi politici ed economici urgenti.



