Il tribunale di Trieste è al centro di un caso che ha scosso la città negli ultimi due anni: più di trenta autoveicoli sono stati trovati carbonizzati in diversi quartieri, da Campanelle a Borgo San Sergio. L’uomo indagato, Marco Zaccaria, 36 anni, è stato accusato di aver appiccato gli incendi in un periodo che va da luglio 2024 a dicembre 2025. Durante la terza udienza, l’imputato ha sostenuto con veemenza di non aver avuto alcun ruolo nei sinistri, affermando: «non sono stato io». Il processo, dovuto a essere svolto in rito abbreviato, è stato condotto dal giudice Luisa Pittalis.
Le dichiarazioni in aula e le imputazioni aggiuntive
Durante l’interrogatorio, Zaccaria ha confermato la propria estraneità ai fatti, ma ha anche dovuto rispondere a un’accusa secondaria: il possesso illecito di divise e distintivi delle forze dell’ordine, reperiti nella sua abitazione durante una perquisizione. L’avvocato Andrea Cavazzini, difensore dell’imputato, ha spiegato che il materiale è stato custodito dal suo assistito nella veste di tesoriere di un’associazione che organizza mostre non per scopi criminosi. Nonostante questa argomentazione, il pubblico ministero ha confermato l’inserimento dell’incriminazione per uso non autorizzato di segni distintivi di corpo di polizia.
Arresti domiciliari con braccialetto elettronico
Attualmente Zaccaria è agli arresti domiciliari e porta un braccialetto elettronico, misura che la difesa non ha chiesto di revocare. Cavazzini ha sottolineato che tale restrizione serve a dimostrare che gli incendi a Trieste continuano, mentre il suo assistito resta confinato a casa. La strategia difensiva punta a far emergere la presunta continuità dei crimini, tentando di mettere in dubbio l’efficacia dell’intervento delle forze dell’ordine.
Profilo dell’imputato: guardiafuochi, sindacalista e presunte tensioni personali
Marco Zaccaria ha lavorato come guardiafuochi presso l’ospedale Maggiore e, in passato, è stato sindacalista della Fesica-Confsal. Le indagini hanno ipotizzato che un possibile movente si nascondesse dietro una disputa sentimentale con un’ex collega dell’Asugi, che lo avrebbe denunciato per stalking. L’avvocato difensore ha respinto tale teoria, sostenendo che Zaccaria avesse richiesto un trasferimento da Cattinara al Maggiore per sfuggire alla convivenza lavorativa con la stessa persona, arrivando persino a considerare una querela per calunnia prima dell’arresto.
Il caso si è ulteriormente intensificato quando, nella notte tra il 14 e il 15 dicembre 2025, Zaccaria è stato fermato dalla polizia locale di fronte alle Case dei Puffi in via Grego, subito dopo aver dato fuoco a dieci veicoli, tra auto e moto. Quando gli agenti lo hanno tratto in custodia, l’imputato ha opposto resistenza, sostenendo di non aver riconosciuto gli agenti a causa del suo abbigliamento non in uniforme. In aula, ha espresso le proprie scuse, ma ha mantenuto la posizione di non aver partecipato agli atti criminosi.
Le parti civili coinvolte
Nel corso delle udienze precedenti, è stata ammetta una decina di parti civili, rappresentanti dei proprietari dei veicoli distrutti. Alcuni hanno scelto di non costituirsi parte civile, ma la maggior parte ha richiesto il risarcimento dei danni subiti. In un caso particolarmente drammatico, una coppia ha perso tre automobili in un singolo episodio di incendio, evidenziando la portata devastante dei fatti. La discussione processuale è prevista per la fine di ottobre, quando la corte esaminerà le richieste di risarcimento e le eventuali sentenze penali.
Prospettive future del procedimento
Il prosieguo del processo sarà decisivo per chiarire la responsabilità di Marco Zaccaria. La difesa continuerà a puntare sulla presunta mancanza di prove dirette e sull’assenza di un movente chiaro, mentre l’accusa si fonda su una serie di testimonianze oculari, filmati di sorveglianza e sul ritrovamento delle divise. L’attenzione dei media locali rimane alta, poiché l’opinione pubblica di Trieste si chiede di comprendere se dietro gli incendi si cela davvero un piromane o una serie di coincidenze sfortunate. Qualunque sia la decisione finale, il caso continuerà a influenzare il dibattito sulla sicurezza urbana e sulla gestione dei presunti crimini contro la proprietà privata.



