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Muggia, madre accusata di uccidere il figlio: il nuovo processo

Il processo per l'omicidio di Giovanni Trame apre nuove domande sui segnali ignorati e sul ruolo dei servizi sociali.

Muggia, madre accusata di uccidere il figlio: il nuovo processo

Il 12 novembre 2025 la cittadina di Muggia è stata teatro di una tragedia che ha sconvolto l’intera comunità: Giovanni Trame, un bambino di nove anni, è stato ucciso da sua madre, Olena Stasiuk, 55 anni. L’evento, avvenuto nella casa dove il minore era ospite settimanale, è stato definito omicidio e ha portato alle autorità a rievocare un lungo percorso di segnalazioni e controlli apparentemente inattivi.

Ben otto mesi dopo, il 18 settembre 2026, la Corte d’Assise di Trieste ha avviato la prima udienza del processo contro Stasiuk. Il giudice Igor Maria Rifiorati presiede il tribunale, mentre la difesa è curata dall’avvocato Giacinto Di Silverio. Il caso è immediatamente divenuto oggetto di un acceso dibattito pubblico, spingendo a riconsiderare il ruolo dei servizi sociali nella tutela dei minori.

Il delitto e l’avvio del processo

Secondo le ricostruzioni fornite dalle autorità, la serata del 12 novembre 2025 si è conclusa con la strozzo di Giovanni da parte della madre, che successivamente si sarebbe lanciata in mare. Le indagini hanno evidenziato una dinamica premeditata, anche se gli investigatori non hanno escluso la presenza di disturbi mentali come fattore scatenante. La magistratura ha già stabilito che Olena Stasiuk è parzialmente incapace di intendere e volere un elemento che verrà valutato durante il processo.

Nel corso dell’udienza, la corte ha ricevuto una prima testimonianza della psicologa Erika Jacovcic, responsabile della perizia redatta in sede di separazione dei genitori di Giovanni. Jacovcic ha dichiarato di essere stata avvicinata più volte da una troupe televisiva del programma “Fuori dal coro”, con cui ha avuto dei contrasti. La sua presenza in aula ha aggiunto un ulteriore livello di interesse mediatico al caso.

Le testimonianze del padre e le accuse ai servizi sociali

Paolo Trame, padre del bambino, si è esibito davanti ai microfoni del programma televisivo “Ore 14” per raccontare una storia di segnali di allarme che, a suo avviso, è stata sistematicamente ignorata. Il padre afferma che, fin dal momento in cui Giovanni aveva due anni, la madre avrebbe manifestato l’intenzione di ucciderlo e di gettarsi in mare con lui. “.

Secondo le sue parole, la tensione è cresciuta progressivamente, culminando nella notte dell’omicidio. Una settimana prima del fatto, Giovanni avrebbe detto a suo padre di non voler più andare da sua madre, percependo la sua instabilità. Trame sostiene che questi avvisi sono stati comunicati più volte ai servizi sociali, i quali lo avrebbero seguito per otto anni senza intervenire in maniera decisiva.

Il padre ricorda inoltre di aver portato il figlio al pronto soccorso infantile per una consulenza tecnica d’ufficio, senza però vedere alcuna azione efficace da parte delle autorità. “Si poteva evitare la morte di mio figlio”, ha dichiarato con amarezza, sottolineando che la mancanza di interventi tempestivi ha inciso direttamente sul tragico epilogo.

Gli attori giuridici e il dibattito pubblico

La scena giudiziaria è arricchita da figure chiave: il giudice Igor Maria Rifiorati, che ha la responsabilità di valutare le testimonianze e le perizie, e l’avvocato difensore Giacinto Di Silverio, che ha sottolineato la necessità di considerare la parziale incapacità di intendere e volere di Stasiuk. La difesa ha chiesto una valutazione psichiatrica approfondita, mentre l’accusa punta a dimostrare la responsabilità penale della madre per l’omicidio premeditato.

Il caso ha anche riacceso il dibattito sull’efficacia dei servizi sociali in Italia. Le organizzazioni di tutela dei minori hanno chiesto una revisione dei protocolli di segnalazione, sostenendo che l’intervento precoce potrebbe aver salvato una vita. Alcuni politici locali hanno promesso di avviare una commissione di inchiesta per analizzare le falle sistemiche emerse dalla vicenda.

Nel frattempo, la comunità di Muggia vive un periodo di tensione e riflessione. Le immagini provenienti dall’esterno dell’aula, diffuse sui canali televisivi, mostrano una folla di curiosi e familiari che attendono l’esito del processo, consapevoli che il verdetto potrà rappresentare non solo una risposta legale, ma anche un segnale di cambiamento per le istituzioni preposte alla protezione dei più vulnerabili.

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