La mattina del 17 settembre 2026 un intervento di ordine pubblico ha interessato l’area di porto vecchio a Trieste, nei pressi della pensilina di Largo Città di Santos, con il ritrovamento e l’identificazione di circa 100 persone che vivevano in ripari di fortuna. L’operazione, portata avanti da Forze dell’ordine e coordinate a livello locale, ha riacceso il dibattito sulle modalità di gestione dei flussi e sulla reale attuazione della presa in carico di chi chiede protezione internazionale.
Sgombero del 17 settembre a Porto Vecchio e numeri emersi
Durante le attività di verifica sul posto sono emerse informazioni precise: circa 50 persone risultavano già legate ad appuntamenti o pratiche amministrative in altre città italiane, mentre una ventina era in possesso di titoli rilasciati dalla Questura di Trieste. Per il resto delle persone rintracciate sono ancora in corso accertamenti sulle posizioni amministrative. Questo quadro mostra come non si sia trattato di un arrivo improvviso e massiccio, ma di una situazione alimentata da passaggi procedurali mancanti o inefficaci.
Presenze già registrate e ritorni lungo la rotta
Il fatto che una quota consistente degli individuati fosse già in carico ad altre Questure solleva interrogativi sulle dinamiche di spostamento e sulle responsabilità territoriali. Alcune persone avrebbero cercato inizialmente di registrare la domanda di asilo a Trieste senza successo, poi rivolgendosi a uffici di altre province come Udine o Gorizia. Questo meccanismo, documentato dalle verifiche amministrative, contribuisce a creare situazioni di fragilità e di ripetuti spostamenti tra ambiti di competenza diversi.
Criticità delle procedure e ruolo del prefetto
L’episodio ha riportato l’attenzione sulle carenze organizzative nella gestione delle pratiche di ingresso e di registrazione: ritardi nelle procedure, difficoltà nei trasferimenti e mancate prese in carico che, nel tempo, producono presenze di persone in strada. Per questo motivo è stata indicata come centrale la responsabilità istituzionale del prefetto di Trieste nella sua funzione di coordinamento delle attività connesse alla gestione dei flussi migratori sul territorio regionale. Le autorità locali sono sollecitate a spiegare qual è il piano concreto per trasformare gli sgomberi in reali inserimenti nel sistema di accoglienza.
Promesse di inserimento e mancanza di riscontri
Nel corso dell’operazione le autorità hanno dichiarato che le persone individuate saranno prese in carico e, dopo le verifiche, inserite nelle strutture di accoglienza. Tuttavia, nel recente passato simili annunci non sempre hanno trovato attuazione concreta. La preoccupazione è che interventi di sgombero senza seguito operativo rappresentino semplici spostamenti sul territorio piuttosto che una soluzione strutturale al problema della vulnerabilità sociale e amministrativa delle persone coinvolte.
Un tema ricorrente è quello delle persone divenute “invisibili” non per scelta ma perché, pur essendo intenzionate a presentare una richiesta di protezione, sono state respinte o rimbalzate per settimane dall’Ufficio Immigrazione della Questura di Trieste, senza riuscire a formalizzare la domanda. Queste situazioni generano condizioni di marginalità che si manifestano materialmente con soggiorni prolungati in strada e dipendenza da ripari di fortuna.
Le richieste rivolte alle istituzioni sono chiare: se lo scopo dello sgombero è la tutela e la regolarizzazione, serve una concreta e tempestiva organizzazione dell’ accoglienza. Diversamente, chi opera sul campo denuncia che tali operazioni finiscono per aggravare lo stato di fragilità delle persone, soprattutto quando non si forniscono soluzioni abitative o percorsi amministrativi immediati.
Il dibattito resta aperto e ruota attorno a due nodi operativi: garantire la possibilità effettiva di registrare la domanda di protezione internazionale nei tempi e nei luoghi di competenza, e assicurare che gli sgomberi siano seguiti da misure reali di accoglienza. Sul piano istituzionale si attende



