Nel cuore del porto di Trieste, dove le ruspe stanno intervenendo su edifici costruiti in epoca austroungarica, si sono insediati rifugi di fortuna. L’intervento di riqualificazione dell’area, estesa su 67 ettari e finanziato con fondi del Pnrr convive con la presenza di decine di persone in transito che hanno scelto i vecchi magazzini come riparo temporaneo.
Entrando nei padiglioni restaurati a metà e parzialmente abbandonati si incontrano tracce della vita quotidiana: indumenti alle finestre, una scimmietta di peluche abbandonata, ciabatte spaiate e scorte di farmaci. Molti occupanti sono giunti in Italia percorrendo la rotta balcanica e provengono dall’Afghanistan dal Nepal e dal Pakistan. La convivenza negli spazi del porto è frammentata: piccoli gruppi si rifugiano in stanze al piano superiore, veranda trasformata in dormitorio o tende montate al riparo delle banchine.
La vita quotidiana nei magazzini e le motivazioni del ritorno a Trieste
Tra i presenti c’è Mohammadi Sharif Ullah, afgano che ha trascorso anni migrando tra Iran, Turchia e paesi europei. In uno degli edifici ha allestito una cucina improvvisata con un tavolo, un fornello da campo e alcune sedie; in un altro spazio sono state piazzate tende e coperte per isolarsi dall’umidità che entra dal mare. Nonostante il freddo notturno e la presenza di topi, la quotidianità prevede la ricerca di assistenza diurna negli sportelli delle associazioni e la fila mattutina alla questura per la richiesta di documenti.
Sharif Ullah rappresenta un profilo diffuso: chi lascia paesi in guerra per cercare protezione, chi ha lavorato per anni all’estero con il timore del rimpatrio e chi continua a spostarsi all’interno dell’Unione europea alla ricerca di uno status di protezione. Molti hanno ripreso la via di Trieste perché ricordavano la rete di associazioni che li aveva aiutati in precedenti transiti.
Comunicazione, distanza e famiglia
La preoccupazione per i familiari rimasti all’estero è costante: interruzioni di rete e crisi nei paesi di origine rendono difficile mantenere i contatti. Per paura di aggiungere sofferenza ai propri cari, alcuni evitano di raccontare al telefono le condizioni reali: la distanza emotiva si accompagna a un isolamento fisico nei magazzini.
Numeri, flussi e pratiche bloccate: la pressione sulla questura di Trieste
Le organizzazioni che assistono le persone segnalano un aumento degli arrivi nei pressi della stazione: tra gennaio e maggio 2026 si è registrato un incremento del 46% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. In media sono state seguite 870 persone al mese circa trenta al giorno. Nonostante questi numeri, solo il 28% degli arrivati dichiara l’intenzione di restare a Trieste, ossia circa otto persone al giorno.
Il presidente di una delle realtà di assistenza spiega che la dinamica rimane complicata per via delle prassi adottate dall’ufficio immigrazione: ogni giorno tra le sessanta e le ottanta persone si presentano davanti all’ufficio per provare a registrare la domanda d’asilo, ma molti non riescono ad accedere alle procedure formali. In assenza di registrazione, non è possibile entrare nei centri di prima accoglienza, anche quando risultano posti liberi, e quindi si finisce per vivere per giorni o settimane in strada o nei magazzini.
Profili nazionali e rotte emergenti
La maggioranza delle persone in transito è di nazionalità afgana, seguita da turche, nepalesi, bengalesi e pachistane. Tra i gruppi più colpiti ci sono i nepalesi, che hanno sviluppato una nuova rotta che passa da Trieste: spesso entrano nei Balcani con visti di lavoro per Croazia, Romania o Serbia, svolgono impieghi stagionali in condizioni difficili e poi si spostano verso l’Italia per cercare protezione internazionale.
L’entrata in vigore del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo il 12 giugno ha aggravato la situazione per molti richiedenti, introducendo norme e pratiche più restrittive che aumentano le probabilità di rigetto delle domande. Il risultato è una mobilità forzata all’interno dell’Unione, con persone costrette a ripetere il viaggio e a vivere in uno stato di sospensione prolungata.
Nel frattempo, il cantiere Pnrr procede tra demolizioni e lavori, con il doppio effetto di voler valorizzare l’area portuale e, allo stesso tempo, lasciare esposti gli occupanti a sgomberi e trasferimenti continui disposti dalle autorità locali. Le dinamiche sul territorio mescolano esigenze urbanistiche, diritti delle persone e capacità istituzionali di gestire flussi complessi.



