Negli ultimi anni diverse ricerche sul campo e in laboratorio hanno gettato luce su aspetti fino a poco tempo fa difficili da documentare: dall’eccezionale conservazione di una cavità in Israele a indagini molecolari su resti umani e pigmenti rupestri in Europa. Questi tre filoni — lo scavo di una grotta antica, l’analisi delle proteine dentali di Homo naledi e il recupero di DNA antico dalle pareti dipinte — contribuiscono insieme a ricostruire comportamenti e presenze umane in contesti spesso privi di contesti archeologici convenzionali.
Il filo conduttore è la combinazione di tecniche tradizionali di scavo con metodi biomolecolari moderni: la prima fornisce stratigrafia e reperti, le seconde offrono dati biologici che possono integrare o ribaltare interpretazioni consolidate.
Grotta vicino a Foreidis: una «capsula del tempo» del Paleolitico inferiore
Una cavità situata nei pressi di Foreidis, non lontano dall’incrocio di Zichron Yaakov, ha restituito materiali datati tra 400.000 e 250.000 anni. Gli scavi, condotti dall’Autorità israeliana per le Antichità e dall’Università di Haifa sotto la direzione degli archeologi Kobi Vardi, Amit Gabay e il professor Ron Schimmelmitz, hanno portato alla luce strumenti litici e resti faunistici che riflettono la tradizione tecnica nota come achelense-yabrudiense tipica del Levante nel tardo Paleolitico inferiore.
I reperti includono asce a mano, raschiatoi e lame in selce lavorate con precisione e, accanto a essi, ossa di cavalli, cervi e asini selvatici. Le tracce di uso prolungato della cavità e l’evidenza di un impiego intensivo del fuoco suggeriscono occupazioni durature, con probabili tenute sociali più complesse rispetto a quelle precedentemente ipotizzate per questo intervallo cronologico. Gli studiosi definiscono il sito come una sorta di archivio comportamentale capace di documentare fasi di transizione che hanno anticipato tratti condivisi poi dai Neanderthal e dai primi Homo sapiens.
Implicazioni culturali e piani per la divulgazione
La presenza di risorse idriche e di una fauna abbondante rende la località un punto chiave per comprendere strategie di sussistenza. L’Autorità e l’ateneo intendono avviare un programma di ricerca multidisciplinare per dettagliare la cronologia delle occupazioni, le tecniche di produzione litica e i modelli di sfruttamento ambientale. A conclusione delle ricerche è prevista la possibilità di rendere il sito fruibile al pubblico, con l’obiettivo di collegare la comunità locale e i visitatori alla storia antica della regione.
Homo naledi: l’enigma di una camera funeraria composta apparentemente da femmine
Un’analisi proteomica dello smalto dentale applicata ai resti rinvenuti nelle camere profonde della Rising Star Cave in Sudafrica ha prodotto risultati inattesi. Su 23 individui attribuiti a Homo naledi in 20 casi è stato possibile leggere la firma dell’amelogenina e in tutti i casi mancava il segnale associato al cromosoma Y (gene Amely), che normalmente identifica individui maschili.
Gli autori dello studio hanno valutato alternative tecniche e biologiche: degradazione differenziale della proteina Y, cancellazioni genetiche rare o bias di campionamento. Le probabilità statistiche rendono però difficile spiegare il risultato come un artefatto casuale, aprendo lo scenario che i resti depositati fossero in gran parte o esclusivamente femminili. Questa constatazione alimenta l’ipotesi che i corpi siano stati trasportati intenzionalmente nelle camere, ma la questione resta dibattuta nella comunità scientifica, con posizioni che vanno dal sostegno a interpretazioni funerarie volontarie a spiegazioni alternative legate alla struttura sociale o alle difficoltà di accesso alle cavità.
Discussione e limiti interpretativi
Critici sottolineano che l’assenza di maschi potrebbe dipendere da fattori comportamentali del gruppo o da selezioni taphonomiche. Altri osservano che la presenza di un campione demograficamente sbilanciato, che include giovani e adulti, complica le spiegazioni basate solo su presenza di femmine in specifiche attività di movimento o raccolta. In ogni caso, l’uso di proteomica dimostra quanto la biologia molecolare possa integrare le evidenze osteologiche nelle ricostruzioni paleoantropologiche.
Le pareti dipinte come depositi di tracce genetiche: prove da Spagna e Portogallo
Un progetto internazionale ha testato la possibilità che le superfici decorate delle grotte conservino DNA umano antico. Campionamenti mirati in undici grotte della Penisola iberica, inclusi siti con pitture famose, hanno rivelato che alcune porzioni di roccia e pigmento possono custodire materiale biologico riconducibile a frequentatori umani.
In alcuni campioni il segnale umano era mescolato a quello di pipistrelli e roditori, suggerendo trasferimenti dal suolo o contaminazioni naturali. Tuttavia, in siti come la grotta di Escoural il materiale genetico umano non era associato ad animali, mentre nella grotta di Covaron i dati genomici collegano il materiale a popolazioni di cacciatori-raccoglitori dell’Europa occidentale vissute tra circa 16.700 e 5.200 anni fa.
Potenzialità e cautele metodologiche
Il recupero di DNA da pitture e superfici non dipinte apre una nuova linea di indagine complementare alla datazione dei pigmenti e alle analisi chimiche. Occorre però determinare quali condizioni favoriscono la conservazione biomolecolare e sviluppare protocolli di campionamento minimamente invasivi. Se confermato su larga scala, questo approccio potrebbe trasformare molte grotte in veri e propri archivi biologici della frequentazione umana, non solo in gallerie d’arte preistorica.
Nel loro insieme, questi tre filoni di ricerca mostrano come l’archeologia stia integrando metodi tradizionali e biomolecolari per descrivere comportamenti, relazioni sociali e reti di frequentazione in periodi della preistoria finora poco documentati.



