1 giugno 2026 – ore 06:30. Negli ultimi decenni del Novecento il confine è stato per Trieste una spiegazione potente: ha scandito perdite, isolamento e declino. Oggi molte di quelle barriere politiche e doganali non esistono più, ma la città sembra fatichi a convertire la rinnovata posizione strategica in una visione condivisa per il futuro.
Il presente obbliga a chiedersi se la responsabilità sia soltanto esterna o anche interna: se la città non riesce a sfruttare la propria forza, forse il problema non è più la geografia ma la capacità di immaginare e realizzare un ruolo nuovo.
Il tramonto dell’alibi
Per decenni il confine ha avuto la funzione di spiegazione stabilizzante: dal crollo dell’Impero austro-ungarico alla Cortina di ferro, dalla Jugoslavia alla frammentazione dei mercati, quella linea immaginaria giustificava difficoltà economiche e sociali. Con l’ingresso della Slovenia nell’Unione Europea e in Schengen, la riapertura dei collegamenti e il ritorno dei flussi commerciali verso l’Europa centrale, molte ragioni che un tempo erano reali hanno perso la loro efficacia come alibi.
Il porto come prova tangibile
Il porto di Trieste ha ripreso a svolgere il ruolo storico di snodo verso l’Europa centrale: volumi di merci significativi e relazioni ferroviarie consolidate con Austria, Germania e Ungheria dimostrano che la geografia ha ritrovato valore economico. Il dato sul traffico merci del 2026 conferma questa ripresa, trasformando la città da periferia percepita a punto di raccordo commerciale.
Memoria contro progetto
Non è però sufficiente che le condizioni esterne migliorino: serve una trasformazione culturale e politica. In molte élite locali la tentazione di amministrare il ricordo è forte perché la memoria produce coesione e consenso. Il passato unisce; il futuro, invece, mette in discussione interessi e posizioni acquisite e genera conflitto.
Questa inclinazione verso il passato emerge nelle discussioni sulle grandi questioni urbane: dal recupero del Porto Vecchio alle infrastrutture, dai collegamenti internazionali allo sviluppo logistico. Troppo spesso il dibattito cittadino mette al centro i rischi e le paure, piuttosto che delineare scenari concreti di successo.
Quando la vittoria diventa una sfida
Riuscire a vincere una battaglia materiale significa poi dover ridefinire l’identità. Una sconfitta offre narrazioni condivise; una vittoria richiede scelte strategiche. Trieste, avendo recuperato elementi fondamentali — porto, ricerca, posizione geografica — si trova ora nella fase più difficile: trasformare gli eventi favorevoli in un progetto collettivo credibile.
La responsabilità delle classi dirigenti
La transizione richiede decisioni concrete da parte della classe dirigente politica, economica e culturale. Serve meno nostalgia e più progettualità. La città ha bisogno di leader capaci di spiegare con chiarezza quali siano i partner economici reali e come sfruttare le connessioni logistiche e industriali ripristinate negli ultimi anni.
Il rischio è che si continui a cercare capri espiatori esterni — Roma, lo Stato, l’Europa — invece di affrontare problemi che nascono dentro il tessuto urbano: governance, formazione, attrazione di investimenti, capacità di innovare e fare rete tra istituzioni e imprese.
Dal racconto alla strategia
Servono strumenti pratici: politiche pubbliche orientate alla competitività, investimenti su infrastrutture chiave, una strategia per il lavoro giovanile e misure che valorizzino la ricerca e il trasferimento tecnologico. Una narrazione possibile deve trasformarsi in piani e progetti misurabili, con obiettivi temporali e responsabilità chiare.
Solo così la vittoria geografica si tradurrà in vantaggio socioeconomico duraturo e la città smetterà di rifugiarsi in spiegazioni che ormai non reggono più.
Conclusione: riconoscere il presente per costruire il futuro
Trieste ha recuperato collegamenti e opportunità che per decenni sono sembrati irrimediabili. Ora la domanda è se la comunità saprà assumersi la responsabilità di trasformare questi fattori in ambizione collettiva. Amministrare la memoria è più semplice che governare il cambiamento, ma una città matura si misura dalle sue aspirazioni e dalla capacità di realizzarle.
Questo è l’appello implicito: guardare nello specchio non per rimpiangere ciò che è stato, ma per scegliere consapevolmente chi vuole essere. L’editoriale è di Francesco Viviani.



