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Indagine su monossido a Trieste e ritardi nella perizia di Resinovich

Un errore di collegamento in una caldaia ha provocato una mortale fuoriuscita di monossido a Trieste, mentre la perizia sul caso Resinovich è stata rimandata più volte, tenendo sospeso il dibattito tra omicidio e suicidio.

Indagine su monossido a Trieste e ritardi nella perizia di Resinovich

Il 30 dicembre 2024 una notte fredda a Trieste si è trasformata in tragedia nella via Crispi: una famiglia ha perso il sessanta a causa di una fuoriuscita di monossido di carbonio. Dopo mesi di indagini, gli esperti hanno individuato la causa principale: due tubi della caldaia erano stati installati in ordine inverso, generando un rialzo di pressione e il rilascio del gas velenoso nell’ambiente domestico.

Parallelamente, a Roma, il caso della scomparsa di Liliana Resinovich, avvenuta il 5 gennaio 2022, continua ad interrogare le autorità. La perizia sugli oggetti rinvenuti sul corpo della vittima è stata rinviata per la quarta volta, posticipando un ulteriore passo verso la definizione giuridica dell’evento, tra omicidio e suicidio.

Le cause tecniche dell’incidente di via Crispi

L’analisi effettuata dagli ingegneri ha evidenziato che i due tubi destinati al collegamento tra caldaia e impianto di ventilazione erano stati scambiati. Questo errore ha invertito il flusso di gas combusti impedendo al sistema di espellere correttamente il monossido di carbonio prodotto dalla combustione. L’accumulo del gas, in assenza di un rilevatore funzionante, ha provocato l’avvelenamento di tutti gli abitanti dell’appartamento.

Conseguenze per la sicurezza domestica

Il caso ha riacceso il dibattito sulla necessità di installare rilevatori di monossido obbligatori in tutte le abitazioni dotate di impianti a gas. Le autorità comunali hanno annunciato una campagna di verifica sugli impianti termici, mentre i produttori di caldaie sono stati invitati a rivedere le istruzioni di montaggio per evitare ulteriori errori similari.

Rinvii della perizia nel caso Resinovich

L’incarico di perizia, affidato l’8 luglio 2025, prevedeva la consegna dei risultati entro gennaio 2026. Dal momento dell’avvio, la commissione ha richiesto quattro proroghe: da gennaio a marzo, da marzo a giugno, da giugno a ottobre e, infine, un breve rinvio fino al 12 ottobre 2026. Il ritardo è stato giustificato dai periti con la necessità di analizzare una voluminosissima mole di prove, tra cui più di 700 utensili sequestrati a Sebastiano Visintin.

Tra i reperti esaminati vi sono i sacchi neri trovati sul corpo della donna, i coltelli sequestrati al sospetto principale e due cordini – uno al collo della vittima e l’altro che teneva le chiavi insieme. I periti stanno confrontando le incisioni presenti alle estremità dei cordini con le lame dei dispositivi sequestrati, alla ricerca di una possibile corrispondenza.

Indagini su DNA e tracce biometriche

Il giudice Flavia Mangiante ha richiesto anche l’analisi del DNA e delle impronte presenti sui cordini, sul braccialetto e sugli abiti indossati da Liliana al momento della morte. L’obiettivo è ricostruire con precisione il percorso degli oggetti e verificare eventuali contatti con persone non ancora indagate.

Il pubblico ministero Ilaria Iozzi ha chiesto di sentire in incidente probatorio Silvia Radin, cugina della vittima, per ottenere una testimonianza scritta a causa della sua fragile condizione di salute. La richiesta è stata accolta dal giudice, che ha fissato un’udienza preliminare per il 30 ottobre, data in cui saranno discussi i risultati preliminari delle perizie.

Fino a quel momento, il caso Resinovich rimane nella fase delle indagini preliminari, con la giustizia ancora impegnata a determinare se la morte possa essere qualificata come omicidio o suicidio. La reiterata dilazione delle perizie ha alimentato un clima di attesa e incertezza per i familiari della vittima, che attendono da anni una risposta definitiva.

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