Il ritorno del nucleare sul tavolo politico nazionale ha scatenato una risposta incisiva da parte di Serena Pellegrino, consigliera regionale per Alleanza Verdi e Sinistra (AVS) e vicepresidente della Commissione Ambiente del Friuli Venezia Giulia. Nella sua nota, la politica ha messo in luce criticità di ordine politico, economico e ambientale, avvertendo che il progetto rischia di contraddire la volontà degli elettori e di mettere a repentaglio la sicurezza dei cittadini.
Le ragioni della opposizione: referendum, percentuali e costi
Serena Pellegrino ricorda che due referendum hanno già respinto il nucleare in Italia, ma il governo sembra ignorare questi risultati. Secondo gli studi citati, le nuove centrali coprirebbero solo tra il 10% e il 25% del fabbisogno energetico nazionale, una quota limitata rispetto agli ingenti investimenti richiesti. Inoltre, il smaltimento delle scorie radioattive rimane un problema irrisolto, aggravando le preoccupazioni di natura finanziaria e di sicurezza.
Il paradosso idrico: grandi quantità d’acqua per un futuro incerto
Un altro punto focale della denuncia riguarda il consumo d’acqua delle centrali nucleari. Pellegrino evidenzia che gli impianti richiedono enormi volumi d’acqua per il raffreddamento, rendendo il Nord-Est, teatro di potenziali installazioni, un luogo controverso proprio a causa della crescente crisi idrica. In un periodo di siccità strutturale, avviare un percorso energetico basato sul nucleare equivale a creare un “buco nell’acqua”, secondo la consigliera.
Criticità della rete regionale e proposte di sviluppo locale
Passando al contesto friulano, Pellegrino sottolinea che la politica energetica regionale si è concentrata sulla diffusione dei pannelli fotovoltaici. Tuttavia, la rapida espansione ha messo in luce la fragilità della rete elettrica, incapace di assorbire l’energia prodotta dai nuovi impianti domestici e aziendali. Se la rete fatica già con le rinnovabili, l’introduzione di centrali nucleari solleverebbe ulteriori problemi di gestione e di stabilità.
Monfalcone e l’impatto industriale di Fincantieri
Nel dibattito è emerso il nome di Monfalcone come possibile sito per un futuro impianto. La consigliera avverte che la cittadina è già gravata dall’intensa attività del gigante navale Fincantieri e non può sostenere ulteriori carichi ambientali. La proposta nucleare,
Rischio sismico e memoria del 1976
Il Friuli Venezia Giulia è una zona ad alto rischio sismico. Pellegrino richiama il tragico terremoto del 1976 ricordando che la memoria di quella catastrofe dovrebbe fungere da limite invalicabile per qualsiasi progetto che aumenti la vulnerabilità del territorio. Un impianto nucleare, in queste condizioni, sarebbe particolarmente pericoloso.
Una via alternativa: il sole e le altre rinnovabili
Come alternativa, la consigliera propone di sfruttare il potenziale solare della regione, definendolo una fonte “presque infinita, gratuita e soprattutto sicura”. L’obiettivo è saturare le superfici già disponibili, come i tetti di case e capannoni, con impianti fotovoltaici affiancati da energia eolica, idroelettrica e geotermica. Inoltre, cita l’assessore Scoccimarro, noto per il suo dissenso verso il nucleare e per gli incentivi volti a promuovere la produzione di energia solare su scala domestica.
Il dibattito resta aperto, ma la consigliera insiste sul fatto che il futuro energetico del Friuli Venezia Giulia deve restare ancorato a soluzioni sostenibili e rispettose della volontà popolare.



