Trieste è diventata un palcoscenico di storie drammatiche legate ai matrimoni forzati. In poco più di un anno, tre giovani donne hanno cercato di sfuggire a un destino imposto dalle loro famiglie, con l’aiuto delle autorità italiane e di alcuni professori universitari. Le vicende, che hanno visto coinvolte giovani di origini bengalesi e pakistane, hanno acceso i riflettori su un fenomeno che, sebbene non nuovo, sta emergendo con maggiore evidenza nella città giuliana.
La studentessa salvata dal professore universitario
La prima vicenda risale alla tarda primavera del 2025 e riguarda una studentessa di origini bengalesi iscritta all’Università degli studi di Trieste. La giovane, nata in Italia, era tornata a casa per fare visita alla famiglia in Bangladesh, quando scoprì che i genitori avevano organizzato un matrimonio combinato con un uomo del posto. La studentessa, spaventata e determinata a non sposarsi contro la sua volontà, inviò un messaggio di aiuto a uno dei suoi professori.
Il docente, allertato dalla situazione, contattò immediatamente le autorità italiane, che a loro volta si rivolsero all’ambasciata italiana di Dacca. Grazie all’intervento delle autorità bengalesi, la giovane riuscì a tornare in Italia con un volo che la portò all’aeroporto di Venezia. La Procura della Repubblica di Trieste aprì un fascicolo per fare luce sulla vicenda, iscrivendo nel registro degli indagati il padre e la madre della giovane, al tempo residenti in Sicilia.
Minacce di morte e strutture protette
Il secondo caso risale al 2 settembre 2026. Una giovane di nazionalità bengalese e residente a Trieste contattò il 112 denunciando la volontà della sua famiglia di riportarla in Bangladesh per obbligarla a sposarsi. Dopo aver incontrato gli agenti della Squadra volante della questura giuliana, la giovane fu affidata a una struttura protetta. Secondo le sue dichiarazioni, avrebbe ricevuto minacce di morte da parte della stessa famiglia. Le indagini sull’episodio sono in mano alla polizia di Stato.
Ayesha, la ricercatrice pakistana in fuga
La terza vicenda riguarda una giovane di origini pakistane, che si trova a Trieste per un dottorato di ricerca. La famiglia aveva organizzato un matrimonio con un uomo che la ragazza non conosceva. Ayesha, questo il nome di fantasia della giovane, ha dichiarato di voler chiedere asilo in Italia, temendo per la sua incolumità. Oltre all’evento combinato, la donna avrebbe ricevuto serie minacce di morte da parte di alcuni familiari.
Ayesha ha raccontato di essere venuta a Trieste per studiare con il permesso della mamma, ma questa scelta ha scatenato una reazione violenta verso la madre stessa. «I miei zii hanno detto che se mi rifiuto mi uccidono», ha dichiarato la giovane. La sua storia è un esempio delle dinamiche sociali ben radicate in Pakistan, dove i matrimoni avvengono all’interno delle reti parentali e dei clan, spesso indipendentemente dalla volontà delle persone coinvolte.
La giovane sta seguendo un percorso psicologico per superare i traumi subiti e vede nell’Italia un luogo sicuro. «Mi fido delle leggi italiane», ha dichiarato, spiegando di valutare la richiesta di asilo politico per tutelare la propria vita. All’orizzonte si prospettano opportunità accademiche in Canada o negli Stati Uniti e desideri personali per il domani: «Nel mio futuro mi piacerebbe sposarmi e avere dei figli». Per ora, la priorità assoluta restano la ricerca, lo studio e la libertà di scegliere il proprio destino.
La legge italiana persegue il reato di costrizione o induzione al matrimonio, attraverso l’articolo 558 del Codice penale. Per chi viene giudicato responsabile del reato, la pena è la reclusione da uno a cinque anni. Se sei vittima di minacce e la tua famiglia vuole obbligarti a sposare uomini che non ami e che non conosci, riportandoti nel tuo paese di origine, rivolgiti al 112 o al Centro antiviolenze di Trieste. Lì puoi trovare delle persone disposte ad aiutarti.



