Negli ultimi anni i rilevamenti condotti nell’area adriatica hanno messo in luce una crescita significativa delle specie non indigene. Il progetto ALIENA, finanziato nell’ambito di un programma di cooperazione, ha stimato la presenza di circa 217 specie aliene nel mare Adriatico, con quasi 90 specie localizzate nel Golfo di Trieste. Questo quadro solleva interrogativi sulle cause dell’introduzione e sulle conseguenze per gli ecosistemi e le attività economiche locali.
Il fenomeno non è isolato: nel Mediterraneo complessivamente si registrano oltre mille specie non indigene, e per l’Adriatico il traffico navale risulta il principale vettore di diffusione. Parallelamente all’analisi scientifica, è stato avviato un intervento tecnologico concreto con l’attivazione di un impianto mobile per il trattamento delle acque di zavorra nei porti dell’alto Adriatico.
Dati del progetto ALIENA e impatto nel golfo di Trieste
Il lavoro di mappatura del progetto ALIENA ha raccolto dati che rivelano come il Golfo di Trieste sia particolarmente interessato dall’arrivo di organismi non autoctoni: quasi 90 specie sono state segnalate nelle sue acque. Tra le conseguenze osservate in situazioni analoghe vi sono alterazioni delle catene trofiche, competizione con specie autoctone e danni agli allevamenti e alla pesca, come già accaduto in passato con il caso del granchio bluesemplare atlantico che ha avuto impatti economici e ambientali rilevanti.
Il ruolo del traffico marittimo nella diffusione biologica
Secondo le stime raccolte, almeno il 50% delle specie aliene presenti nell’Adriatico è stato introdotto dalle navi che operano nel bacino. Le imbarcazioni che trasportano merci usano le acque di zavorra per stabilizzare lo scafo: queste acque, imbarcate in un porto e rilasciate in un altro, possono veicolare larve, organismi e microorganismi che sopravvivono al viaggio. Il rilascio in acque costiere compatibili con la sopravvivenza di tali organismi facilita la loro insediamento e proliferazione, con effetti spesso difficili da invertire.
Pure Ballast: il primo impianto mobile italiano per il trattamento delle zavorre
Per rispondere alla minaccia rappresentata dalle acque di zavorraè stato messo in servizio il primo impianto mobile nazionale dedicato al loro trattamento, denominato Pure Ballast. L’impianto, progettato per operare in banchina nei porti di Trieste e Monfalcone, è containerizzato e trasportabile, consentendo interventi diretti dove necessario. Il sistema è in grado di trattare fino a 300 metri cubi all’oracombinando processi di filtrazione e trattamento con raggi ultravioletti per eliminare organismi e microorganismi senza uso di agenti chimici.
La tecnologia adottata restituisce acqua conforme agli standard internazionali previsti per lo scarico, offrendo un metodo operativo per ridurre il rischio di nuove introduzioni biologiche. L’impianto è stato collaudato con la partecipazione delle autorità portuali e degli enti tecnici regionali, confermando la sua funzionalità e la possibilità di integrare questo servizio nelle pratiche portuali dell’alto Adriatico.
Impatti operativi e ambientali del trattamento in banchina
Trattare le zavorre direttamente in banchina rappresenta una soluzione che può limitare le immissioni di specie costiere nei porti ricettori. Il processo non prevede prodotti chimici e si basa su una combinazione di filtri e radiazione UVin grado di rimuovere particelle e organismi potenzialmente invasivi. Applicare questa tecnologia nelle aree portuali a maggiore traffico può ridurre sensibilmente il vettore principale responsabile dell’introduzione di specie non indigene nell’area adriatica.
Il collegamento tra i dati biologici e le misure tecnologiche è centrale: mentre il progetto ALIENA continua a censire e analizzare le specie presenti, soluzioni come Pure Ballast offrono un supporto operativo diretto per mitigare il problema alla radice, limitando il trasferimento di organismi tra porti e regioni marittime.
Nel complesso, la combinazione di monitoraggio scientifico e interventi tecnologici in porto rappresenta un approccio pragmatico per proteggere la biodiversità marina dell’Alto Adriatico e contenere gli effetti socioeconomici derivanti dall’invasione biologica.



