Il 24 giugno 2026, nell’aula bunker di Rebibbia la Presidenza del Consiglio si è costituita parte civile chiedendo un risarcimento di due milioni di euro nei confronti dei quattro 007 egiziani imputati per il sequestro, la tortura e l’omicidio di Giulio Regeni. La richiesta è stata avanzata tramite l’Avvocatura dello Stato durante un’udienza che segue la requisitoria della Procura di Roma, guidata dal procuratore aggiunto Sergio Colaiocco e con l’intervento del procuratore Francesco Lo Voi. Rimane invece affidata ai giudici della Corte d’Assise la quantificazione del danno riconosciuto alla famiglia del ricercatore di Fiumicello Villa Vicentina.
Motivazioni della richiesta della Presidenza del Consiglio e riferimenti ai diritti violati
In aula l’Avvocatura ha spiegato che il reato non ha colpito soltanto la vittima e i suoi cari, ma ha interessato l’intera comunità nazionale: “Questo crimine ha colpito profondamente la comunità italiana”, si legge nella critica formale. La tesi sostenuta è che gli imputati abbiano leso i diritti di tutela della libertà dei cittadini italiani anche all’estero e che siano stati “violati diritti costituzionalmente garantiti”. La richiesta di risarcimento sostiene quindi non solo un danno personale, ma una lesione di diritti che la collettività attribuisce allo Stato e alle sue garanzie.
La requisitoria della Procura di Roma e le pene chieste
La Procura, nella lunga requisitoria curata da Sergio Colaiocco (con il contributo di Francesco Lo Voi), ha ricostruito anni di indagini, segnata da depistaggi e da quelle che sono state descritte come versioni strumentali fornite dalle autorità del Cairo. Per l’accusa è stata chiesta la pena dell’ergastolo per Magdi Ibrahim Abdelal Sharif ritenuto l’autore materiale dell’uccisione, e pene di 17 anni e mezzo per Athar Kamel Mohamed IbrahimUhsam Helmi e Tareq Sabyr. La Procura ha affermato che il processo consegna “una verità processuale costruita attraverso prove documentali; prove dichiarative; prove tecnico-scientifiche; riscontri esterni; convergenze indipendenti; verifiche dibattimentali”.
La ricostruzione della vicenda e le conclusioni dell’accusa
Secondo l’accusa, Giulio Regeni il 25 gennaio del 2016 sarebbe entrato in una “zona d’ombra” dove “il diritto cessa di esistere” e dove “subentra soltanto la nuda forza”. Il pubblico ministero ha descritto una dinamica in cui Regeni viene trasformato da persona a “corpo sequestrato” e destinato a essere piegato dalla violenza sistematica. La Procura ha sostenuto che gli autori non erano criminali comuni, ma funzionari statali: “pubblici ufficiali di altissimo grado — un generale, due colonnelli e un maggiore” — sottolineando la consapevolezza dei doveri istituzionali che quei ruoli comportano.
Elementi medico-legali, danni fisici e l’accusa sul movente
In aula sono state anche esibite le immagini della TAC eseguita in Italia sul corpo di Regeni che, secondo la Procura, ha mostrato molte più fratture rispetto all’esame eseguito in Egitto: in totale sono state individuate venti fratture, di cui cinque ai denti e quindici alle strutture ossee. I medici legali egiziani avevano invece rilevato una sola frattura al braccio destro. L’autopsia italiana ha stabilito che la morte non è stata causata unicamente dalla sommatoria delle lesioni, ma da un “atto finale volontario”. Sul possibile movente, la Procura parla di una “errata percezione di attività di intelligence ostile”, ribadendo però che Regeni “non era una spia”.
Accuse di depistaggio e copertura da parte delle autorità egiziane
La Procura ha accusato le autorità del Cairo di aver “scelto di coprire e proteggere gli aguzzini”, fornendo versioni contraffatte e occultando prove: il processo è stato descritto come una sfida contro “il silenzio e le menzogne” che avrebbero accompagnato le indagini. Durante la requisitoria è stata citata una drammatica affermazione attribuita a uno degli imputati: “Gli abbiamo dato il colpo di grazia, lo abbiamo distrutto”. L’accusa ha infine escluso che dalla cosiddetta ‘pista inglese’ sia emerso alcun elemento utile alla ricostruzione del sequestro, delle torture e dell’omicidio.
Rimane ai giudici della Corte d’Assise, oltre alla decisione sulle pene, la valutazione economica del danno per la famiglia Regeni, mentre il processo continua a rappresentare una tappa cruciale nella ricerca di una responsabilità giudiziaria che coinvolge Stati, apparati e diritti costituzionali.



