Negli ambienti d’acqua dolce della fascia orientale del Friuli Venezia Giulia si svolge una sfida cruciale per la biodiversità: la conservazione del gambero di fiume. Il progetto PALLIPES, sostenuto dal programma Interreg Italia-Slovenia 2026-2027, ha l’obiettivo di aggiornare le conoscenze sulle popolazioni transfrontaliere e mettere in atto interventi mirati per difendere questa specie considerata vulnerabile. Durante le attività sono emersi risultati che combinano censimenti sul campo, interventi di contenimento delle specie aliene e studi scientifici avanzati.
Un recente incontro all’Acquario di Ariis di Rivignano ha visto la presentazione dei monitoraggi realizzati da operatori incaricati dal Servizio caccia e risorse ittiche della Regione Fvg, tra cui Prisma srl e ForNature srl. Sono stati discussi dati demografici, segnali di criticità nelle distribuzioni locali e le misure operative già sperimentate in alcune aree. Il confronto ha coinvolto stakeholder regionali e partner scientifici, con l’intento di trasformare le evidenze raccolte in linee guida gestionali condivise.
Dove si concentrano le popolazioni
Le indagini condotte nei corsi d’acqua della parte orientale della regione hanno confermato che alcune vallate rappresentano punti di rilievo per la specie: in particolare le valli del Torre e del Natisone hanno mostrato stazioni con oltre cento individui censiti. Tuttavia la distribuzione risulta eterogenea: in alcune postazioni il gambero di fiume è abbondante, mentre in altre è raro o assente. Questo mosaico di presenze e vuoti evidenzia una fragilità ecologica accentuata dal fatto che molte delle tratte più importanti non ricadono sotto alcuna tutela, nemmeno nella rete Natura 2000.
Implicazioni per la conservazione
La concentrazione localizzata degli effettivi obbliga a una strategia mirata: proteggere i tratti identificati come prioritari, predisporre misure di gestione per i lavori in alveo e monitorare la connettività tra popolazioni. Il progetto ha prodotto dati utili per un futuro piano d’azione quinquennale che coordini interventi tra Italia e Slovenia e che metta al centro sia la tutela degli habitat sia la prevenzione dalla diffusione di specie alloctone.
Minacce e interventi contro le specie aliene
Tra i principali fattori di rischio per il Austropotamobius pallipes ci sono l’inquinamento, le alterazioni idrologiche e, soprattutto, la competizione con crostacei non autoctoni. Il progetto ha concentrato risorse per contrastare il gambero rosso della Louisiana (Procambrus clarkii), ritenuto una delle minacce maggiori agli ecosistemi fluviali locali. Nel bacino del canale Brancolo in provincia di Gorizia sono stati catturati e rimossi più di 3.200 esemplari di questa specie invasiva, un’azione che ha dato impulso alle misure di contenimento e alla riduzione della pressione sulle popolazioni autoctone.
Azioni operative e prevenzione
Le misure applicate includono campagne di rimozione, controllo delle vie di diffusione e comunicazione verso i portatori d’interesse locali. Queste attività sono coerenti con la Strategia regionale per la gestione delle Invasive Alien Species e con i Piani di gestione dei siti della rete Natura 2000, che prevedono interventi coordinati per mitigare gli impatti delle specie aliene sugli habitat di interesse comunitario.
Metodi scientifici e contributi tecnici
Una componente chiave del progetto è stata l’adozione di tecniche diagnostiche moderne: il Dipartimento di Scienze della Vita dell’Università di Trieste ha impiegato la metodologia dell’e-DNA per il monitoraggio sia dei gamberi autoctoni sia di quelli invasivi. L’e-DNA (DNA ambientale) consente di rilevare tracce genetiche nel campione d’acqua e di ottenere informazioni sulla presenza di specie senza reperire necessariamente individui vivi, rafforzando la capacità di sorveglianza su vaste aree.
Linee guida e gestione dell’allevamento
L’Ente Tutela Patrimonio Ittico (ETPI) ha contribuito suggerendo pratiche gestionali per l’allevamento e per le attività in alveo, utili a evitare impatti non intenzionali sulle popolazioni residue. I dati raccolti (demografici, genetici e sanitari) serviranno anche per elaborare raccomandazioni tecniche e supportare le autorità nella definizione di interventi più efficaci e condivisi.
Il percorso del progetto proseguirà fino alla conferenza finale calendarizzata per novembre 2026 presso la sede del Parco delle Grotte di San Canziano (Slovenia), lead partner dell’iniziativa. Nel frattempo le evidenze raccolte consentono di impostare priorità operative chiare: tutelare i siti individuati come cruciali, continuare l’eliminazione delle popolazioni aliene più invasive e integrare le conoscenze con un piano d’azione transfrontaliero che metta in rete strumenti di conservazione e monitoraggio.



