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Mostra “La verità nelle tracce” racconta 120 anni di Polizia Scientifica

Una mostra interattiva svela i segreti della Polizia Scientifica, dai primi laboratori del 1903 alle indagini più recenti.

Mostra “La verità nelle tracce” racconta 120 anni di Polizia Scientifica

Il Magazzino 26 del Porto Vecchio di Trieste ospita da pochi giorni la mostra La verità nelle tracce, un percorso che celebra il centosessantesimo anniversario della Polizia Scientifica. L’allestimento, ideato dal Gabinetto regionale della Polizia Scientifica della Lombardia e promosso dalla Polizia di Stato, invita il pubblico a immergersi in un viaggio attraverso la storia, le tecniche e le innovazioni di un servizio che, dal 1903, ha contribuito a far luce su casi di rilevanza nazionale.

Il percorso espositivo: sette sale, colori e temi

Il percorso è suddiviso in sette ambienti, ciascuno contraddistinto da un colore diverso e dedicato a una disciplina specifica. Dalla scheduling delle prove alla ricostruzione tridimensionale, le sale guidano il visitatore passo dopo passo, mostrando come la scienza abbia evoluto le indagini forensi. La voce narrante del giornalista Gianluigi Nuzzi accompagna l’utente, spiegando concetti chiave come scena del crimine e analisi delle tracce con un linguaggio accessibile ma rigoroso.

Le radici storiche: la scuola di Salvatore Ottolenghi

Il punto di partenza risale al 1903, quando il medico legale Salvatore Ottolenghi fondò la prima scuola di Polizia Scientifica a Milano. Questa iniziativa segnò l’avvio di una disciplina autonoma, capace di trasformare le semplici osservazioni in prove scientifiche. Nella prima sala, documenti originali, uniformi d’epoca e i primi kit di rilevazione mostrano come, già a quel tempo, l’attenzione ai dettagli fosse la chiave per risolvere i delitti.

Casi emblematici al centro della narrazione

Le pareti della mostra sono costellate di riferimenti a eventi che hanno scosso l’intera nazione. Tra gli esempi più citati troviamo l’identificazione del terrorista Anis Amri, responsabile dell’attacco di Berlino del 19 dicembre 2016, realizzata grazie alle impronte digitali raccolte sul luogo dell’incidente. Altri momenti drammatici, come il rapimento di Aldo Moro e la strage di via Palestro, sono presentati attraverso fotografie d’archivio, testimonianze esclusive e ricostruzioni interattive.

Durante la cerimonia d’inaugurazione, la questora di Trieste Lilia Fredella ha ricordato che “se si sbaglia qualcosa nel momento del sopralluogo diventa tutto inutile”, sottolineando l’importanza della precisione sul campo. Fredella, che vanta undici anni di esperienza nella Scienza forense, ha evidenziato la differenza tra la percezione popolare – spesso alimentata dai film – e la realtà operativa, dove la lentezza metodica è spesso la migliore alleata della verità.

Impatto culturale e iniziative collaterali

Oltre alla mostra, il Magazzino 26 ospita dal 5 al 7 novembre il festival Trieste True Crime, un evento che analizza il crimine da ogni angolazione, dal rigore scientifico al fascino mediatico. La Polizia Scientifica partecipa attivamente al festival, con interventi su temi quali il bullismo, i femminicidi e l’importanza della scienza nelle indagini. L’assessore alle Politiche Sociali, Massimo Tognolli, ha sottolineato che “questa iniziativa unisce memoria, conoscenza, storia e innovazione, contribuendo a una cultura della legalità”.

Il prefetto Giuseppe Petronzi, presente al taglio del nastro, ha ricordato che la pressione per ottenere risultati immediati può compromettere la qualità del lavoro: “alle volte si chieda certezza e verità subito, ma per fare le cose bene serve tempo”. La mostra, aperta al pubblico gratuitamente fino al 12 novembre, rappresenta quindi non solo un omaggio al passato, ma anche un invito a riflettere sul futuro delle indagini forensi, in un’epoca in cui il machine learning e la realtà aumentata stanno già cambiando il modo di ricostruire le prove.

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