Il 24 maggio 2026 si è aperta al Museo delle Belle Arti di Budapest una mostra dedicata alle rappresentazioni del Libro della Rivelazione, intitolata “Apocalisse. Profezie bibliche da Dürer a Béla Kondor”. L’esposizione propone un itinerario cronologico e tematico che ricompone il linguaggio visivo delle visioni di San Giovanni Evangelista, mettendo a confronto capolavori del Rinascimento nordico con interpretazioni simboliste e espressioni della scena artistica ungherese contemporanea. La curatrice Szilvia Bodnár ha selezionato opere provenienti dalle principali raccolte pubbliche del paese per raccontare come l’idea di fine dei tempi si sia tradotta in tecniche grafiche.
La scelta curatoriale mette in evidenza non solo la varietà tecnica — incisioni, stampe, xilografie, litografie — ma anche la persistenza di un immaginario religioso che ha influenzato l’iconografia cristiana per secoli. L’allestimento cerca di stabilire un dialogo fra immagini d’epoca e opere moderne, mostrando come motivi biblici, figure angeliche e creature apocalittiche vengano rielaborati in funzione dei contesti storici e culturali in cui sono nate le opere.
Temi e opere in mostra
Il percorso espone lavori che spaziano da Albrecht Dürer a Béla Kondor, includendo pezzi di Odilon Redon per evidenziare l’afflato mistico che ricorre nelle rappresentazioni della fine del mondo. L’idea centrale è mettere a confronto la precisione del disegno nordico con le soluzioni oniriche del simbolismo e con la sensibilità contemporanea ungherese. Ogni sala è organizzata per temi: battaglie celesti, figure apocalittiche, simboli del giudizio e paesaggi tormentati, con pannelli che spiegano le tecniche usate e il ruolo storico di quei soggetti nell’arte europea.
Il ruolo delle tecniche grafiche
Le diverse tecniche — dalla xilografia alla litografia — non sono solo strumenti, ma vettori di significato: la grana della xilografia può accentuare il carattere primitivo delle visioni, mentre la finezza dell’incisione renana mette in luce dettagli simbolici. Questo contrasto tecnico aiuta i visitatori a capire come gli artisti modulano luci, ombre e texture per suggerire sentimenti di terrore, speranza o sbigottimento. Le didascalie e i testi critici presenti in mostra guidano il pubblico nella lettura dei segni e delle invenzioni compositive.
Contesto storico e attualità
La scelta di mettere insieme opere su temi profetici è stata pensata anche come riflessione sul presente: guerre, epidemie e crisi globali hanno spesso ricondotto l’immaginario collettivo a immagini apocalittiche. Per questo motivo la mostra propone una lettura che collega le visioni antiche con le preoccupazioni contemporanee, senza forzature ma attraverso paralleli visivi ed emotivi. A corredo dell’allestimento figura il passo di Giovanni: “Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme con i suoi angeli, ma non prevalsero e non ci fu più posto per essi in cielo”, scelto come filo conduttore tematico.
Dialoghi tra passato e presente
Attraverso accostamenti mirati, la curatela mira a far emergere come simboli antichi siano stati reinterpretati da artisti diversi per esprimere paure o speranze del loro tempo. In questo senso, il percorso diventa una mappa di continuità simbolica: dalle figure nettamente delineate dei maestri del Nord alle atmosfere sfumate dei simbolisti, fino a interventi più concettuali della scena ungherese contemporanea, ognuna delle quali conserva e trasforma la memoria iconografica.
Provenienze e dettagli pratici
Le opere provengono da collezioni pubbliche importanti: tra queste la Collezione di Stampe e Disegni e la Galleria dei Vecchi Maestri del Museo delle Belle Arti, la Collezione dell’Antico Ungheria e le raccolte della Galleria Nazionale Ungherese. La curatrice Szilvia Bodnár ha combinato pezzi storici e contemporanei per offrire un quadro il più possibile organico. La mostra è visitabile fino al 20 settembre 2026 nella capitale ungherese. L’immagine di copertina che accompagna molti materiali promozionali è emblematica: un’opera di Dürer conservata al Museo Correr di Venezia, scelta per la sua forza iconica.



